Alla scoperta del libro “Superhomo eversor” di Umberto Macciò

1)Quando si è avvicinato al mondo della scrittura?

Me lo ricordo come se fosse ieri: era il 2007, frequentavo la quinta ginnasio, e cominciavo ad a muovere cautamente i primi passi della conoscenza del mondo della letteratura greca e latina. Con un entusiasmo piuttosto insolito per un adolescente, mi incantavano praticamente tutti gli autori, ma fui letteralmente folgorato da due, Omero e Luciano di Samosata. Di quest’ultimo in particolare mi colpì un’opera, Storia Vera, che molti critici considerano il primo romanzo fantasy della letteratura occidentale. L’effetto che esercitò in me fu talmente potente e ammaliante che, non so ancora oggi spiegare per quale folle ragione, mi cimentai pure io nella stesura di un poema in greco antico, forse desiderando, ingenuamente, seguire le orme di uno scrittore geniale in una lingua di cui amavo la musicalità e la sintassi cristallina ed esatta. Il risultato fu una parodia dei grandi testi classici, a metà tra l’epico e il comico, che ancora oggi riesce a strappare un sorriso sia a me che ai miei compagni che condivisero questa bizzarra avventura. Per quanto fosse un’opera semplice e senza grandi voli pindarici, ebbe il grande pregio di farmi comprendere che scrivendo si possono intraprendere i viaggi più arditi e inaspettati, senza bisogno di treni o aerei. Così, successivamente mi cimentai nella scrittura, in italiano questa volta, di un romanzo fantasy (Storie di Gheonar, che rimane ancora oggi custodito nel mio cassetto…): fu lì che compresi ancora meglio il valore introspettivo e avventuriero della scrittura. E infine, dopo una pausa di qualche anno a causa dell’interminabile catena di impegni universitari, innumerevoli tirocini tra Italia, Svizzera e Stati Uniti, attività musicali varie, finalmente posso dire di aver riscoperto questa passione.

2) Come si lega questo suo interesse particolare per il mondo letterario al suo lavoro nel campo della medicina?

È certamente complesso coniugare le due attività: il lavoro di medico, pur essendo latore di notevoli soddisfazioni, assorbe una mole immensa di tempo ed energia. Posso pertanto coltivare la passione della scrittura solamente in tarda serata oppure nel fine settimana, e non sempre risulta semplice avere la concentrazione sufficiente o la freschezza di spirito per comporre frasi non banali e cercare di scavare nei recessi della psiche umana… Pur essendo effettivamente due attività apparentemente agli antipodi, l’una razionale e scientifica, l’altra passionale, soggettiva e inesatta, ho sempre pensato che possano invece completarsi a vicenda e coniugarsi in un curioso sposalizio. L’attività di diagnostica fornisce certamente innumerevoli scenari di vita che possono dare adito non solamente a intrecci di un’eventuale romanzo, ma soprattutto a riflessioni sul senso della vita, sul ruolo della salute, della felicità e della bioetica nelle nostre vite. Compito della scrittura è poi esporre efficacemente e riordinare questo turbine di emozioni e pensieri e porli in un contesto di piacevole fruizione.

3) Il suo libro è interamente frutto di fantasia oppure parte da un’idea concreta di base? In tal caso, quale evento di cronaca ha ispirato questa trama apocalittica?

Le cronache di tutti i giorni abbinate ad una riflessione critica circa l’impatto umano sull’ambiente e sulla nostra stessa società hanno certamente fornito uno spunto concreto, e penso che ciascuno di noi covi nel proprio cuore un forte timore per il futuro alla luce dello scenario mondiale presente, di cui conosciamo per lo meno in teoria i pericoli. Sulla base di queste considerazioni, ho ritenuto che il modo migliore per comprenderlo o per lo meno soffermarsi a meditarvi sia quello di vivere la situazione “capovolta”, cioè uno scenario dove è l’uomo ad essere minacciato da una specie dominante e si trova improvvisamente soggiogato alla stregua di un comune animale. Difatti stentiamo a comprendere che la nostra stessa esistenza, pur da specie dominante, è inevitabilmente legata a quella degli ecosistemi che stiamo spietatamente distruggendo. Rischiamo cioè di essere noi stessi la causa della nostra stessa rovina.
Il mio romanzo tuttavia non voleva essere solamente una descrizione desolata di un mondo infernale, bensì anche una riflessione sul ruolo che la scienza può giocare nel mondo contemporaneo e in un simile contesto, con i suoi limiti e pericoli. E sappiamo tutti quanti che la vita non deve essere solamente serietà e rigore incentrato su riflessioni trascendentali, ma può e deve essere anche serenità e felicità: per questo ho inserito il più possibile un’ambientazione suggestiva che spazia dai grandi e leggendari siti archeologici del Sud America ai borghi più pittoreschi della nostra Italia. Ognuno scoverà e porterà poi con sé ciò che più ha amato… è il bello di ogni romanzo: ciascun lettore si fa regista e creatore di un mondo che assume caratteri completamente differenti sulla base delle stesse parole!

4)Pensa che la situazione attuale relativa al sovrappopolamento e al riscaldamento globale possa in futuro portarci a simili catastrofi?

Difficile da dire. Scientificamente parlando ritengo assai improbabile la venuta di una nuova specie, un Superhomo per dirla con il romanzo, che minacci la nostra supremazia, anche perché i tempi dell’evoluzione sono estremamente lenti e progressivi che probabilmente trascorreranno millenni prima di apprezzare effetti concreti in tal senso. Se pensiamo che gli Uomini di Neandertal, i nostri “predecessori” in termini evoluzionistici, scomparvero circa 40000 anni fa soppiantati dai Sapiens, ci rendiamo conto che gli orologi antropologici proprio rapidi non sono. Quello che ritengo altresì molto più plausibile è un cambiamento radicale dell’ambiente: non solo in termini climatici come enfatizzato dai media, ma anche per ciò che concerne interi ecosistemi e disponibilità di materie prime e risorse che dovranno essere sufficienti ad una popolazione che continua a crescere esponenzialmente. Anche a livello sanitario dovremo assistere molto probabilmente a scenari differenti da quelli di oggi: con l’aumento sempre più spiccato della vita media conosceremo un’impennata di malattie neurodegenerative e demenze, con un impatto economico, sociale e psicologico non certo indifferente. Anche il rischio di epidemie di patologie infettive, alla luce della sovrappopolazione, non è da sottovalutare. Probabilmente il cancro e le patologie cardiovascolari, grandi nemici di oggi, in futuro si trasformeranno più in “acciacchi” controllabili con farmaci e procedure estremamente sofisticate e non significheranno più una sentenza di morte. Questi cambiamenti saranno a mio avviso prorompenti e dovremo lottare duramente per adattarvici con successo.

5)Il libro è quindi un monito o è puro diletto da scrittore?

Il piacere della scrittura è innegabile. Ma il messaggio, quello che si suol chiamare “la morale della favola”, rimane il fulcro dell’opera e ritengo che così debba essere per ogni romanzo. Farsi sostenitore di una tesi, spingere il lettore alla riflessione attraverso piccole provocazioni e stimolare la curiosità sono un imperativo etico per qualsiasi scrittore.

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