Analisi del testo, “L’Ipotesi” di G. Gozzano

Guido Gozzano nasce a Torino il 19 dicembre del 1883 da genitori originari di Agliè Canavese, dove la famiglia possedeva una villa con ampio frutteto. Nel 1896 viene e iscritto al liceo Cavour di Torino. Nel 1903 frequenta l’ultimo anno di liceo al collegio Nazionale di Savigliano, dove conduce “vita dissipata”.
Nel 1904 si iscrive alla Facoltà di Legge; ma ai corsi dei giuristi preferisce quelli storico- letterari di Arturo Graf, e in particolare le lezioni libere del sabato pomeriggio (le sabatine) frequentate da un vasto pubblico mondano. Conosce molti scrittori, tra cui Massimo Bontempelli, e poeti, tra cui Carlo Vallini. Si distingue come un dandy sconsiderato e comincia a frequentare i camerini delle attrici.
Il 1906 è l’anno operoso, in cui nascono i più riusciti fra i componimenti destinati ad essere pubblicati nella sua prima opera. Nei primi giorni di aprile del 1907 pubblica la raccolta poetica La via del rifugio. Sempre in aprile gli viene diagnostica una lesione polmonare all’apice destro. Nella primavera i quest’anno inizia il notoriamente contrastato rapporto d’amore con Amalia Guglielminetti, (Il poeta l’aveva conosciuta l’anno prima alla Società di Cultura). Si ritira a Genova presso S. Francesco d’Albaro, all’albergo di S. Giuliano, dove scriverà la bellissima poesia Nell’Abazia di S. Giuliano, che rappresenta il momento di maggior crisi spirituale del poeta.
Nel 1908 nei mesi di marzo ed aprile, a Torino, vive il momento più intenso della relazione con la Guglielminetti. Quindi individuata ancora una volta nel «distacco» la «risoluzione più leale» ripara ad Agliè, dove consegna al “Quaderno di appunti” per I Colloqui la stesura di alcune composizioni.
Il 1909 è un anno di eccezionale vena creativa, in cui appaiono la maggior parte delle poesie che formeranno la seconda raccolta di Guido Gozzano. Nel 1910 lo scrittore completa il corpus poetico destinato alla raccolta «maggiore» e nel 1911, alla fine di febbraio, con qualche mese di ritardo rispetto alle attese del suo autore, I colloqui vede la luce a Milano (edita da Treves), suscitando una vasta, ma non unanime messe di consensi.
Nel 1912 per motivi di salute Gozzano compie un viaggio in India. Si imbarca con l’amico Giacomo Garrone il 16 febbraio e rientra alla fine dell’anno. Nel 1914 lavora alle Epistole entomologiche che in parte vengono pubblicate. In novembre comincia un scambio epistolare con le sorelle Silvia e Alina Zanardini di Trieste, organizzatrici a Torino di applauditissime serate di musica e di poesia. Per la serata inaugurale del 18 novembre il poeta invia loro la poesia Prologo, appositamente composta per l’occasione. Nel 1915 per le Zanardini (ma è Silvia, ora, l’interlocutrice esclusiva) scrive in febbraio il poemetto Carolina di Savolia. Nel marzo scrive il componimento poetico Ah difettivi sillogismi.
Nel 1916 si impegna alla sceneggiatura di una pellicola sulla vita di San Francesco. Il 29 maggio, in procinto di partire per la riviera, trasmette a Silvia Zanardini il testo dell’ultima poesia, il poemetto drammatico La culla vuota.
Il 16 luglio è ricoverato all’ospedale di Genova in seguito ad una violenta emottisi. Muore il 9 Agosto, mercoledì, al crepuscolo.
Gozzano: “L’ipotesi”

Nel 1902 con “Maia” Gabriele D’Annunzio aveva riproposto il mito di Ulisse. Cantare le gesta dell’eroe di Itaca significava proporre un modello di superuomo che ben rappresentava le esigenze, non solo del pubblico, ma anche dello stesso D’Annunzio, che nella figura di Ulisse, poteva rispecchiare se stesso.
Come vedremo, è questa la chiave di lettura del poemetto di Gozzano “L’ipotesi”.
In un componimento del 1907 (“L’Altro”), Gozzano ringrazia Dio, che “invece che farmi Gozzano/un po’ scimunito ma greggio/ farmi gabrieldannunziano/ sarebbe stato ben peggio!”. Questi versi sottolineano una caratteristica del Gozzano: l’uso dell’ironia per smontare il mito del poeta vate incarnato da D’Annunzio. L’ironia, del resto, ben si mescola con un registro volutamente basso e con un tono dimesso, che gli permette di guardare la realtà con occhi disincantati, realtà amara e dolorosa, solamente attenuata dalla sua “ironia”.
Ed è proprio del 1907 il poemetto “L’ipotesi”, nel quale, svolgendo la parodia di Ulisse, ha la possibilità di mostrare l’inadeguatezza dei miti alla realtà contemporanea.
La demitizzazione sveste l’eroe omerico dall’aureola di sacralità e intoccabilità (opera già avviata da molti autori, tra i quali ricordiamo lo scrittore greco del II sec. d.C. Luciano di Samosata). Ulisse diviene così un semplice avventuriero che tocca le spiagge mondane del Mediterraneo con il suo lussuoso yacht, alla ricerca di amori portuali.
Il fatto che Gozzano scelga un metro canzonatorio e leggero (quasi una filastrocca) connota fin da subito la dimensione negativa in cui viene posto Ulisse. Con la cadenza, regolata da rime incrociate ed alternate, Gozzano oppone all’enfatico canto dannunziano, un tono dimesso che svilisce il mito eroico proposto in “Maia”.
Anche le rime (che potremmo definire volutamente “povere”) concorrono alla parodia di Ulisse, la scelta delle rime, infatti, ricade su termini consueti, quotidiani ed abbassa il tono del poemetto (esempio-scempio, lasciato-perdonato, suoi-noi).
Un discorso diverso bisogna invece fare per la rima yacht-cocottes, che si caratterizza per l’anacronismo dei termini, ma che comunque concorre anch’essa all’attenuazione del tono complessivo del poemetto.
Esso può essere diviso in due parti: nella prima Gozzano svolge la parodia dell’Ulisse di Omero (Vv. 111-122); nella seconda si rifà, invece, all’episodio dantesco. Nella prima parte il “famoso Ulisse” di omerica memoria, diviene con Gozzano il generico “un tale”; confrontando, insomma, le due opere colui che era “un modello di virtù” si trasforma in un infedele dal “vivere scempio”.
Dopo aver smontato l’eroe omerico, nella seconda parte, esegue la parodia dell’episodio dantesco (vedi l’analisi di Santina) e con la sostituzione di alcuni termini il lirismo del grande fiorentino assume un tono quotidiano e colloquiale (Penelope diviene “la sua dolce metà…”).

Guido Gozzano, colloqui con la poesia.

Ma il vero bersaglio dell’ironia di Gozzano non è Omero, né Dante, quanto piuttosto D’Annunzio che in “Maia” (come già accennato) aveva proposto Ulisse come modello di un’umanità “superumana”, di cui D’Annunzio amava considerarsi cantore e simbolo.
Infatti, la definizione dannunziana “Re di tempeste” coincide con quella di Gozzano (V. 101), solo che quest’ultimo non ha nessun intento moralistico. L’intento, al contrario, è quello di svuotare il mito da ogni contenuto eroico, per questo il “Re di tempeste” è un avido borghese alla ricerca di “molti danari”.

Gianfranco Natale
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