Analisi del testo, Meriggiare pallido e assorto

E. Montale (Genova 1896 – Milano 1981). La poetica di Montale è quella del negativo, tesa a esprimere inquietudini e tensioni di gran parte della cultura del novecento, il diffuso disagio etico-esistenziale nei confronti della realtà del regime. Il suo è un universo di sconfitta e disillusione. L’incontro con il “male di vivere” è il punto d’inizio per riformulare un’etica del risentimento stoico, opposto agli ottimismi idealistici e pragmatistici; e per la ricerca attenta del “varco” verso un possibile mondo dell’autentico, che la vita quotidiana nasconde. La sua poetica si esprime in un linguaggio poetico di grande incisività e compattezza. Originato da una matrice crepuscolare, ha acquistato autonoma e inusitata cifra stilistica, comprensiva di suggestioni anche discordi: l’impressionismo pascoliano con le sue onomatopee, allitterazioni e tecnicismi letterali; l’eloquenza dannunziana depurata dall’ideologia superomistica.

Montale è l’interprete forse più suggestivo e originale della condizione di crisi (senso della solitudine, assenza di salde certezze, concezione della vita come dolore) dell’uomo contemporaneo. A differenza di Ungaretti, che trovò nella fede religiosa uno sbocco alla crisi, Montale rimase ancora ad una visione complessivamente negativa della vita; a differenza di Quasimodo che, sul piano storico, nel secondo dopoguerra venne prendendo posizione a favore di un ben definito orientamento politico, Montale rimase in una posizione appartata e critica rispetto alle ideologie dominanti del suo tempo. Egli giudicava i responsabili della guerra e le classi dirigenti del “ventennio”: ma la sua condanna era espressa in nome di uno sdegno morale, di un altissimo sentimento della libertà e delle responsabilità degli intellettuali, e non in nome di un’ideologia di partito. Sul piano religioso, fu aconfessionale, anche se avvertiva costantemente l’ansia metafisica, cioè di una dimensione di vita diversa, al di sopra di quella Naturale. Alcuni versi di Piccolo testamento riassumono il suo atteggiamento morale:
Questo che a notte balugina
nella calotta del mio pensiero
traccia madreperlacea di lumaca
o smeriglio di vetro calpestato
non è lume di chiesa o d’officina
che alimenti
chierico rosso e nero
E’ questa la sua fede: la ricerca costante della verità – una fede senza cedimenti, combattuta e mantenuta viva di giorno in giorno.
Questi aspetti della personalità montaliana si traducono in caratteri peculiari della poetica e della poesia.

Il soggettivismo metafisico di Montale si innesta nella linea simbolista che da Browning passa a Valéry e Eliot, e più incidentalmente a Mallarmé, restando estraneo agli sperimentalismi dell’avanguardia. Individuando negli oggetti l’equivalente di una condizione soggettiva, avvicinandosi così alla teoria eliotiana del “correlativo oggettivo”, esso cerca la chiave per “far capire quel quid al quale le parole sole non arrivano” (come scrive Montale).

Analisi del testo: Eugenio Montale
Montale si sente poeta d’occasione. Nel senso che il suo verso ha una matrice puramente casuale. Dentro questa “occasionalità” fluisce tutta la storia e la poetica del letterato e dell’uomo. Ecco un breve esempio: Meriggiare

Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro d’orto, ascoltare tra i pruni e gli sterpi schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia spiare le file di rosse formiche ch’ora si rompono ed ora s’intrecciano a sommo di minuscole bighe.
Osservare tra frondi il palpitare lontano di scaglie di mare mentre si levano tremuli scricchi di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia sentire con triste meraviglia com’è tutta la vita e il suo travaglio in questo seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

Analisi di un testo:
I gruppi fonetici aspri hanno precedenza assoluta (tr – er), i fonemi di “apertura” rasserenanti sono davvero pochi (sa) e coincidono con i versi finali che fanno riferimento ai pochi significanti cosiddetti positivi. Ma andiamo con ordine: il ‘900 si apre con una forte rottura, con D’Annunzio e i poeti come Corazzini, Gozzano, Ungaretti e Montale si discostano fortemente da una letteratura tradizionale che ancora D’Annunzio rappresenta.

GF

“Non chiederci la parola” (di Montale) può, dunque, essere inteso come un manifesto oppositivo al diktat “Io ti dirò” di D’Annunzio. Il confronto con D’Annunzio non è sempre ammesso, anche se diviene quasi inevitabile, la “lezione formale” dannunziana (la rottura del verso, l’incisività) non passa certamente inosservata. Le motivazioni e gli scopi sono assolutamente diversi (quanta differenza c’è già nella scelta dei titoli: Maya, Alcyone, Elettra, con il più modesto e montaliano titolo “Ossi di Seppia”). Nella lirica Meriggio il paesaggio è tormentato e angoscioso: Rovente muro d’orto accentua il tormento, ma anche le ROSSE formiche o Frusci-serpi partecipano coralmente a questa definizione del dolore interiore.

Potremmo citare il Correlativo oggettivo montaliano: la vita è un inferno privo di uomini e questa assenza rende ancora più spettrale l’atmosfera.
Polo positivo: il mare, purezza (anche se lontano)
I verbi sono indefiniti (infinito e gerundio) che fanno riferimento ai sensi: osservare-sentire.
L’altro infinito è meriggiare legato a due aggettivi: pallido (dimensione fisica) assorto (dimensione psicologica).
L’uso dell’infinito sottende una dimensione spazio-temporale sfuggente e ripetitiva (seguitare la muraglia).
E difatti le parole ripetute (parole chiave) sono muro e muraglia. Non è un caso. Unico momento lieve ed unico “Polo positivo” è il mare, simbolo di una libertà voluta, ma che sfugge perché il suo Essere è imprigionato da una una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.

© Riproduzione riservata (Gianfranco Natale)

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