Architettura e scrittura nell’ultima creatura di Nicola Pagliara. Una lettura critica del Prof. Francesco D’Episcopo

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettura critica redatta dal Prof Francesco D’Episcopo, Ordinario di Letteratura italiana presso la “Federico II” di Napoli, circa La misteriosa scomparsa di Gianni Carpentiere, ebanista (Kimerik) di Nicola Pagliara.

Nicola Pagliara scrive, per sua stessa privata e pubblica ammissione, perché non sa che fare. Il lavoro di progettazione architettonica, di cui è stato professore presso la nostra “Federico II” di Napoli, si è molto ridotto e la scrittura, di cui chi scrive è stato in qualche modo nume tutelare, si è impossessata della sua anima, della sua mente, con risultati, senza dubbio, singolari e degni di sempre più attenti analisi critiche, che mirino a cogliere la sostanza più profonda e meno appariscente di questo mestiere, che non deve ritenersi del tutto nuovo, perché preparato da una intensa militanza giornalistica presso quel “Giornale di Napoli”, che ci laureò insieme giornalisti in tempi ormai lontani.

In questo romanzo breve o, se si vuole, racconto lungo, “La misteriosa scomparsa di Gianni Carpentiere, ebanista”, che sempre chi scrive ha costretto l’autore a rimpinguare dopo una prima, privata lettura, Pagliara consacra la propria scrittura all’architettura, a quel mestiere, che egli, contravvenendo alla volontà del padre, che lo desiderava ingegnere, si è imposto, prima di applicarlo, di capirlo e, soprattutto, di sentirlo come una parte “strutturale” di se stesso, come fondamento di una costruzione del sé, che doveva essere assolutamente preliminare a tutte le possibili costruzioni che il futuro architetto avrebbe progettato e realizzato. Di qui i personali viaggi di istruzione in una Europa novecentesca, ricca di autentici Maestri, che doveva entrargli dentro per sempre e segnare il destino di un uomo mitteleuropeo, perché vissuto a Trieste, ma soprattutto perché animato dal demone malinconico della conoscenza, come l’Ulisse dantesco. Con la differenza fondamentale, come Pagliara stesso chiarirà in questo testo, che quel personaggio letterario cercava la “canoscenza” fuori di sé, dimenticando o trascurando di cercarla, invece, dentro di sé.

Ed è quanto prova a fare l’ebanista Giovanni Carpentiere, orfano prematuro di padre, serenamente sposato e padre, a sua volta, di un figlio, personaggio poi centrale di questo racconto, grazie all’incontro carismatico con un grande architetto, anch’esso purtroppo troppo breve, perché segnato dalla tragica morte di quest’ultimo. Egli scopre così l’affascinante mondo dell’architettura e se ne innamora, lasciando la moglie e il figlio al loro quotidiano destino, nel nome di una eternità che solo l’arte sa dare e che rappresenta una sfida alla vita stessa.

Diventa così un novello fu Mattia Pascal, posseduto da un’avventura di amore verso l’architettura, che i suoi viaggi, come quelli di Pagliara, fomentano, realizzando quella felicità, che l’incontro di posti e personaggi straordinari nel cuore della novecentesca Europa rende impareggiabile.

Da ebanista, dunque, Gianni si trasforma in architetto, mai dimenticando e dismettendo però gli strumenti di un’artigianalità, che si rivelerà la carta vincente della sua nuova vocazione e dalla quale non potrà mai prescindere, per una moderna interpretazione dell’architettura, che correnti novecentesche, come la Bauhaus, innalzeranno alla gloria degli altari. Lo stesso Pagliara seguirà fedelmente questa metodologia, come le sue molte opere dimostrano.

Marco, il figlio, come il Telemaco dell’Odissea, si metterà alla ricerca del padre scomparso, ma non lo troverà.

Il racconto resterà così sospeso sulla soglia dell’attesa e la sua brevità, criticata in prima battuta da chi scrive, trova invece una sorta di ragione narrativa nella pamphlettistica confessione-testimonianza di un uomo, Nicola Pagliara, che all’architettura ha consacrato la sua vita e che alla scrittura affida il compito di raccontare e rappresentare questa decisiva illuminazione nella via di Damasco.

L’architettura si fa dunque scrittura, mescolando i suoi progetti e le sue strutture nella costruzione, se pur breve, di una narrazione, caratterizzata dagli stessi moduli di un architetto, con quel prospettivismo, che segue il racconto e spiazza continuamente il lettore in un rapporto spericolato tra passato e presente, che anima tutta l’opera. Pagliara, dunque, si fa architetto di una scrittura, che progetta il passato e presente di un uomo, che sogna un futuro non fuori ma dentro se stesso, sulle solide fondamenta di una cultura, che non tradisca ma valorizzi la propria epoca e il proprio genio.

Ma non basta, perché anche la filmografia, da Pagliara seguita da sempre, aiuta a capire le varie forme che assume il racconto, in un variare appunto di prospettive, che sposta posti e personaggi per farli poi rientrare in una partitura coerente e compatta.

Francesco D’Episcopo

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