Dario Caldarella, una Publica laus a soli 23 anni

Dario Caldarella è un giovane poeta di Palermo, città nella quale nasce il 19 giugno del 1990. Soltanto da qualche settimana ha avuto la grande soddisfazione di ricevere una menzione con Publica Laus al Concorso Certamen Apollinare Poeticum 2014, organizzato dall’Università Pontificia Salesiana di Roma.
La sua raccolta, Voci dall’interstizio, a detta della Giuria del Concorso, “evidenzia una interessante capacità di armonizzare memorie di tradizione versistica della poesia italiana del secondo ‘900, con una ricerca personale, raffinata, che si traduce in una poesia dai toni profondi e subliminali, orchestrata con ardite figure di logica e di suono. La giovane età del poeta evidenzia pertanto una capacità sapiente di esercizio applicato delle tecniche, che però non scade in un cerebralismo artefatto e non credibile. Il risultato allora, si delinea assai pregevole per la struttura ma anche per la evocatività antica e nuova che l’Autore consegna al suo lavoro e al lettore”.
Dopo aver conseguito la maturità classica, Dario Caldarella si è iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia della sua città, che tuttora frequenta. Unisce la passione per il teatro a una fervida attività scrittoria, che spazia dalla prosa alla poesia, mettendo in scena le sue composizioni in piccoli locali e teatri. Ha collaborato con alcuni web magazine e alcune web radio. Voci dall’interstizio è la sua prima pubblicazione.

Oggi abbiamo deciso di incontrarlo.

Chi è Dario Caldarella e di cosa si occupa?
Sono prima di tutto un ragazzo palermitano innamorato della sua città e dell’arte in tutte le sue forme.
Leggo, scrivo, recito, mi occupo di musica e mi interesso di politica. Spero di poter vivere di tutto questo in futuro, ma studio Lettere per non rischiare di perdere una eventuale uscita di sicurezza.
Cosa rappresenta per lei la scrittura?
La scrittura ha tante varianti, può rappresentare una via di fuga dalla vita, come una dolorosa autoanalisi. Essenzialmente, penso sia una nobile manifestazione di esistenza; significa esporsi, prendere una posizione circoscrivendo i propri limiti, respirare.
Cosa l’ha spinta a iniziare a scrivere? È molto tempo che si dedica a carta e inchiostro?
Di norma, tutte le forme di scrittura nascono da un’emozione talmente forte – poco importa se positiva o negativa – da lacerarti l’anima costringendoti a fissare quello che senti, quantomeno per poterlo affrontare direttamente. Io non mi discosto da questa lacerazione, scrivo pensieri da quando ero adolescente, ma è stato il dolore a “costringermi” ad alzare il tiro, fino ad arrivare alla poesia.
Ha dei punti di riferimento letterari?
Ovviamente sì, per la prosa mi rifaccio molto a Calvino, Hesse, Kafka, Pirandello, Scott Fitzgerald, Vian e Campanile; per la poesia, invece, guardo molto agli autori classici (Saffo, Callimaco, Pindaro, Ovidio), a Borges, Montale, Keats, ma soprattutto a Leopardi.
Chi è stato il primo a sapere della sua passione e della sua opera? Come ha reagito?
È strano, perché all’inizio non ne avevo fatto parola con nessuno che conoscessi. Di tanto in tanto scrivevo sul mio blog e mi accontentavo di qualche commento positivo. Con l’andar del tempo ho preso coraggio e ho cominciato a mostrare i miei lavori alle persone a me care; molti rimanevano sorpresi, alcuni meravigliati.
La persona che ha veramente creduto in me è la stessa che, dopo aver letto le mie poesie, ha insistito fino alla nausea per far sì che le inviassi a una casa editrice – e le sono ancora grato.
Le sue poesie fanno parte di lei?
Ovviamente sì, ogni mio singolo scritto è una manifestazione di quello che sono, un’estensione della mia sfera sensoriale. Proprio per questo ho avuto difficoltà a spedirle a un editore, ero terrorizzato dal mettermi a nudo. Alla fine ho tagliato la testa al toro e ho deciso che potevo anche essere un veicolo per generare una sintonia emotiva, e spero di esserci riuscito almeno in parte.
Trae ispirazione dalle sue esperienze o lascia spazio all’immaginazione?
Alcune poesie sono rivisitazioni di momenti reali, altre sono semplici viaggi onirici, altre ancora sono una miscellatio tra verità e finzione. L’importante è inseguire la sensazione senza timore di fare voli – e qui si vede il riferimento a Pindaro – da un estremo all’altro.
Cosa ha provato quando ha saputo di esser stato menzionato al Concorso?
È stato qualcosa di bello e inaspettato, non riuscivo a credere ai miei occhi. Mentre leggevo le motivazioni che mi avevano portato alla menzione, non potevo trattenermi dal sorridere di cuore.
Credo molto in questo libro e in quello che voglio comunicare, ma – senza un riscontro dall’esterno – sarebbe rimasta solo una vana convinzione.
Cosa pensa del mondo letterario contemporaneo?
Penso che sia estremamente difficile raggiungere traguardi importanti per chi voglia sperimentare. L’editoria non gode certo di buona salute e questo si riversa nella ricerca di un prodotto che sia in primis vendibile, e ciò non sempre coincide con un capolavoro. Nonostante questo, ho fiducia nella piccola editoria, in quello spicchio che crede ancora in un progetto che potrebbe non portarle altro vantaggio che la pubblicazione di un’opera di qualità.
Cosa pensa dei talent show dedicati agli scrittori? Crede siano una buona occasione per farsi conoscere o è piuttosto fedele ai tradizionali giudici della promozione, ovvero i lettori?
Riprendendo la risposta precedente, credo che siano un’ottima vetrina per far conoscere il proprio pensiero e per permettere al pubblico di visionare altre realtà, ciò non toglie che l’ultima parola spetta al lettore e che il suo giudizio resterà sempre uno spartiacque tra un grande successo e un misero fallimento.

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