“Giocando con le spade di legno”: una storia per dare nuova vita al brigante Carmine Crocco

Torniamo ad incontrare Donato Di Capua, autore di Pietragalla (PZ) giunto ormai alla sua seconda pubblicazione, Giocando con le spade di legno (Kimerik), opera che ha confermato le aspettative, rivelando ancora una volta il talento che si nasconde dietro le sue opere.
Stupisce la capacità di dar vita a storie che, una volta iniziate, attanagliano il lettore, proiettandolo in una realtà sì fantastica, ma talmente verosimile e descritta con maestria da rendere difficoltoso l’abbandono delle pagine. Nell’ultima pubblicazione Di Capua dà nuova vita al brigante Carmine Crocco.
Una Storia come non ce l’hanno mai raccontata.
La Storia è un’entità suprema che in qualche modo riunisce in sé gli eventi e i ricordi, le emozioni ad esso legati. Lo studio della Storia è passione ardente per il passato, ma la sua rielaborazione significa anche saperla guardare da un altro punto di vista, nuovo, differente dai soliti, da quelli che sempre si utilizzano per guardare a guerre e personaggi come gli altri li hanno visti, vivere le loro vite come qualcun altro prima di noi ci impone di fare. Questo libro ribalta le prospettive e ci avvicina alla Storia come noi la percepiamo, da un’unica visuale che è quella suggeritaci dalla nostra interiorità. Quella di cui parla Di Capua nel suo nuovo romanzo, Giocando con le spade di legno, è una storia nuova, quella che l’anima, la fantasia e perfino la sua mano e quindi il suo istinto lo hanno portato a raccontare. E allora ha deciso di guardare al periodo che precede l’Unificazione italiana, nel quale i briganti si muovono come delinquenti da condannare, e lo ha fatto ribaltando la prospettiva. Di Capua ha parlato di uomini alla ricerca di libertà, alla riconquista della loro dignità umana, delle più belle emozioni di cui ogni giorno venivano privati. Tutto questo gli era tolto dal grado più alto della scala sociale, da quello che si chiama potere, inalterato ed intoccabile. La sua è la storia di Carmine Crocco e di Donato Di Capua… un personaggio storico e uno di fantasia che in fondo è l’erede di Kali, un’altra parte dell’autore, cui dà vita nel suo precedente Il buio della mente, la luce nell’anima (Kimerik). Ha vissuto con i protagonisti l’emozione della lotta per la consapevolezza di non valere meno di nessuno, di una guerra contro il mondo pur di tutelare i più deboli, per dare loro la libertà.
Di Capua non solo rispolvera un personaggio storico spesso dimenticato dalle cronache, ma ne ridipinge il volto, intessendo una meravigliosa storia d’amicizia fraterna che accompagnerà il protagonista anche oltre la morte. Inutile rivelare altro, il piacere sta tutto nella lettura.
Mentre per il primo lavoro, Il buio della mente, la luce nell’anima, i diritti d’autore sono stati devoluti a Medici senza frontiere, per questo nuovo lavoro i diritti verranno devoluti all’Associazione “Il pozzo della farfalla”, che costruisce pozzi nel deserto per salvare donne e bambini che, per andare alla ricerca dell’acqua, fin troppo spesso perdono la vita.

Adesso diamo la parola direttamente al nostro Autore, che ci parlerà di sé e della sua anima da scrittore.

Per chi ancora non la conosce, può dirci chi è Donato Di Capua e di cosa si occupa?

Donato Di Capua è un uomo che essenzialmente ama sentirsi completo nella vita e che ha consapevolezza di poter essere tale quando il suo spirito, e quindi la sua anima, sia in perfetta armonia con mente e corpo. Quindi se nella vita è titolare di una società, ama nel tempo libero strappato alla sua movimentata routine, dedicarsi alla scrittura.

È già alla sua seconda esperienza letteraria. Cosa prova quando dà vita a nuove storie? Cosa rappresenta per lei la scrittura?

La scrittura è nel mio modo per sentirmi completo, felice di dar vita a nuove storie in quanto narratrici di emozioni. Scrittura è tramite dal finito all’infinito, unico mezzo per arrivare all’eterno, al per sempre. Per questo è arte, perché abbatte i confini del tempo, valica il mortale e si nutre d’essenza, di cielo, di sogni, di vita, quella vera però.

Nel momento in cui si ferma a scrivere, a cosa pensa? Quali sono gli obiettivi che spera di raggiungere? C’è qualcosa in particolare che desidera suscitare nei suoi lettori?

Quando scrivo sto bene. Questo è nel mio pensiero primario, ciò che mi conduce a desiderare la condivisione. Per questo non è un bisogno solo mio. È un bisogno che parte da me ed arriva al mondo. Scrivo per emozionare, per regalare frammenti di me a chi voglia recepirli. Donarmi. Donare le mie storie così vere e così semplici, ma con quella trama articolata dietro che le rende figlie di un mondo reale, proiettate verso l’immenso. Nei miei lettori vorrei suscitare un sentimento magico che amo definire l’armonia della meraviglia.

Si ispira a qualche scrittore? Ha dei punti di riferimento letterari? Dove trova ispirazione?

Amo molto gli scritti di Kahlil Gibran… ritrovo in lui la stessa armonia che mi prefiggo di trasmettere quando scrivo. Come lui cerco di raccontare emozioni vissute sulla pelle e traslate nella dimensione parallela dell’arte. Mi ispirò anche a Montale e Baudelaire per il loro modo semplice e sensato nel racconto del male di vivere. L’ispirazione non la trovo né la cerco. Viene da sola. La vita stessa è ispirazione. Quindi perché cercarla. Basta vivere.

Chi è stato il primo a sapere della sua sua nuova opera? Come ha reagito il suo primo lettore?

A sapere per primo della mia prima opera è stata quella parte di me ancora troppo ancorata alla realtà da ammettere che un uomo razionale potesse iniziare a vivere essenzialmente di emozioni. E a quel punto c’è stata sorpresa e gioia immensa. La stessa immensa che ho riscontrato nella mia famiglia e tra i miei amici.

C’è qualcuno che desidera ringraziare in particolare per queste sue creature letterarie?

Devo ringraziare la vita stessa per avermi regalato l’essenza della scrittura, ringrazio continuamente le persone di cui la mia vita è piena, ringrazio la natura, i miei animali, la gente che non conosco e quella che conoscerò Ovviamente la mia famiglia è il punto di partenza, a cui tutto è dedicato, e non solo ciò che scrivo.

Come immagina Carmine Crocco, come uomo e non solo come brigante? Condivide i suoi valori e le sue scelte?

Ho scritto di Carmine Crocco forse per dedicargli la vita che non ha mai potuto avere, le ragioni che non ha mai potuto spiegare. Sono quelle che condivido, non di certo il modo. Si possono avere ottime idee ma trovarsi di fronte ad un bivio. O portarle avanti, arrivando anche ad uccidere, o rinunciarvi. Apprezzo la caparbietà di quell’uomo, il suo voler essere se stesso contro tutto e tutti, a costo della vita. Ho ridato a questo personaggio infangato dalla Storia la sua dignità di uomo, ne ho esaltato il coraggio, la voglia di giustizia, l’amore per la libertà. E sono questi i valori che con lui condivido.

Ha già in cantiere nuove pubblicazioni o adesso si fermerà a godere il successo di quest’ultima uscita?
Non scrivo per il successo ma per la voglia estrema e bellissima di raccontare. E non mi fermo. Ho già pronto un terzo romanzo che affronta tematiche profonde, sacre. Una storia molto bella incentrata sulla metamorfosi totale che un uomo può scegliere di vivere e non subire. Ogni romanzo ha in sé il titolo di quello precedente. In Giocando con le spade di legno già troverete il titolo del terzo. È già in cantiere anche una quarta storia.

Cosa consiglierebbe a uno scrittore alle prime armi? Come muoversi nel panorama letterario contemporaneo?
Il mio consiglio è quello di non pensare di doversi muovere in un panorama letterario. Di sentirsi nel posto che più ama, tra le persone che più lo rendono felice. Di essere sempre se stesso. Di scrivere per la voglia di raccontare e per l’amore verso la magia che le parole insieme creano, ed eternano. Per sempre.

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