Il passero solitario e i colori del pessimismo

La lirica “Il passero solitario” fu composta da Giacomo Leopardi presumibilmente nella primavera del 1829, alcuni la spostano più in là, siamo comunque al tempo dei cosiddetti Grandi Idilli. Questa lirica è costruita con il metro della canzone libera, composta da tre strofe, diverse tra loro per numero di versi e schema. Rime o assonanze liberamente disposte. Dentro le tre strofe troviamo tre parti distinte, tre saltelli, quasi ad emulare il gesto del passero. Nella prima parte: connotazione idilliaca (i termini prevalenti sono “armonia” “primavera”, tutti termini che appartengono alla sfera semantica positiva della felicità) parte descrittiva di un paesaggio bucolico; seconda strofa: l’incipit è quasi traumatico, un risveglio, potremmo dire, “Ohimè” sottende un trapasso, un salto dallo stadio animale a quello umano, così la solitudine Naturale lascia lo spazio a quella dolorosa dell’essere uomo.
Eppure c’è ancora la scia di una vita serena, apparentemente felice (la festa, la gioventù gioiosa, ecc.), se non fosse che oltre il breve accenno c’è un dolore profondo esasperato nell’ultimo salto, verso l’ennesimo stadio (spirituale).

D’in su la vetta della torre antica,
passero solitario, alla campagna
cantando vai finché non more il giorno;
ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera d’intorno
brilla nell’aria, e per li campi esulta,
sí ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
gli altri augelli contenti, a gara insieme
per lo libero ciel fan mille giri,
pur festeggiando il lor tempo migliore:
tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli,
non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
canti, e così trapassi
dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

L’ultima strofa si apre, infatti, con un riferimento alle “stelle”, ma neanche questo basta per sfuggire al dolore: la vita incessante scorre e non riesce ad aggrapparsi alla gioia. Se ci capita di pensare al passero solitario come uccello descritto dal Leopardi, ammettiamolo, la nostra mente vaga tra i nostri ricordi infantili sino ad acciuffare un ricordo quasi ancestrale che si impossessa di noi.

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Associamo l’immagine del Passero Solitario al comunissimo Passer Domesticus. Questo è un errore.  Abbiamo preferito lasciare lo spazio alle immagini, ebbene sì: questo è il passero solitario a cui si riferiva Giacomo Leopardi. Io direi, stupefacente…


Si è detto molto su questa poesia, forse quest’ultima voce non aggiungerà nulla. Qualche breve chiosa, solo quello mi viene in mente. I canti riflettono il doloroso itinerario del Leopardi, ma nella poesia, nella capacità di vivere con gli occhi del cuore trova la forza per infrangere il dolore e trovare sollievo alle sue pene. La poesia rappresenta per lui il ritrovamento della sua interiorità più vera e, per questo, il solo conforto al male del vivere. Il titolo originario degli idilli è “Canti” e ciò perché Leopardi non descrive, ma canta; non è racconto, ma espressione dei “tristi e cari moti del cor”, non ripete gli antichi miti, ma coglie la favola eterna della vita.

Se per un attimo usciamo dal luogo comune che associa il Passero solitario al più comune passero (Passer Domesticus), cogliamo la vera dimensione estasiante della sua poesia. Il Passero solitario non è il piccolissimo uccello cinereo che scorgiamo nelle nostre campagne. Quando Leopardi parlava del passero si riferiva al “fratello maggiore”, con vividi e lucidi colori, con sfumature lunari, un blu che esalta il gusto per il sogno, che aiuta la fuga dal reale.

Allora? Vi chiederete? Ma forse Leopardi intendeva l’altro passero, quello piccolo e insignificante. Aggiungiamo allora che l’Autore è uomo dotto e conosce la differenza tra le varie specie di animali e conosce le caratteristiche e le definizioni scientifiche della fauna. La sua passione lo conduceva non ancora dodicenne a scrivere una poesia dedicata ad un augelletto:

Entro dipinta gabbia,

fra l’ozio ed il diletto,

educavasi un tenero,

amabile augelletto

Se così è, tutto ritorna e allora il poeta e studioso, l’amante della parola, il grande conoscitore dei termini non poteva sapere che il passero solitario è un’altra cosa, non è grigio e anonimo ma è colorato e austero.  Non muta la connotazione dolorosa della vita, ma allevia almeno la percezione, la mitiga.  Non è affatto vero che scelse un animale comune perché egli si sentiva comune (il Passero solitario è altero, sfuggente, affatto comune e nidifica spessissimo nelle case di campagna abbandonate o nelle torri). Se dobbiamo credere fino in fondo all’agonizzante pessimismo leopardiano, fatemi anche credere che un pessimismo che reca negli occhi l’immagine stupefacente del Passero solitario non è così tetro.

Gianfranco Natale
© Riproduzione riservata

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