Il senso di colpa? Tutta colpa dell’infanzia!

Pretendete troppo dal partner fino a litigare, per poi pentirvene? Vi arrabbiate facilmente con colleghi e figli, salvo poi correre immediatamente ai ripari?
Da dove nascono i sensi di colpa? Prevalentemente da un’ educazione ricevuta troppa rigida e da figure di riferimento predisposte al ricatto affettivo.

Di per sé, il senso di colpa è un’emozione costruttiva perché ci aiuta ad evitare comportamenti che possono ferire gli altri: ci pone in uno stato di “allerta emotiva” a seguito della quale ci fermiamo a riflettere su ciò che stiamo facendo, evitando, se lo riteniamo doveroso, di perseverare in quell’agire.

Ma in altri casi, soprattutto nelle donne, il senso di colpa è imputabile ad un senso di inadeguatezza, alla paura di essere giudicate negativamente e di non essere all’altezza della situazione. La psicologia dello sviluppo riferisce che già a partire dai tre anni siamo capaci di percepire le emozioni degli altri, e che quindi siamo anche già esposti ad eventuali sensi di colpa.
Potremmo ad esempio già sperimentare una situazione tipo, in cui una figura educativa, non solo la madre, ma anche un nonno o una maestra, ci rimproveri per aver rotto un giocattolo al nostro compagno di scuola, facendoci vivere una situazione di disagio: cercando di recuperare al misfatto, offriremo lui il nostro giocattolo preferito, o una serie smisurata di coccole riparatorie, alla ricerca della redenzione. Questa situazione, se reiterata, facilmente tenderà a ripresentarsi in età adulta con colleghi, partner, genitori.

Il senso di inadeguatezza professionale o, al contrario, la sensazione di essere sottostimati, ci portano a sentirci vittime e schiavi di una situazione, mentre ciò che ci serve è un’analisi attenta e veritiera della realtà: diamo le giuste priorità ai compiti da svolgere, senza inseguire necessariamente la perfezione, e impariamo a pensarci responsabili di ciò che facciamo e di come ci sentiamo. Gli altri non possono essere artefici dei nostri stati d’animo, né positivi né negativi.

Se i genitori si offendono perché Domenica non si è pranzo da loro, preferendo andare al mare con gli amici, cerchiamo di esplicitare a noi stessi che cedere al loro ricatto significherebbe non renderci felici; poi facciamo loro presente la stessa cosa, esternando che il loro affetto per noi si sta esprimendo in un modo poco sano, esulando sicuramente dai loro reali intenti affettivi. Il bene che provano per noi prevaricherà sul loro desiderio di averci a tavola, lasciandoci liberi di agire senza sensi di colpa.

Tornando a casa dall’ufficio dimostriamo rabbia ed impazienza di fronte agli schiamazzi dei figli che giocano alla lotta? Forse a muoverci non è soltanto un po’ di giustificata stanchezza, ma a volte anche la paura di non fare abbastanza per loro, di dedicargli poco tempo: sorgono così nervosismo e sensi di colpa che possono essere tenuti a freno sviluppando una maggiore consapevolezza di star facendo sempre il massimo di ciò che siamo in grado di fare. Se si pensa di mettere in campo tutte le risorse, i mezzi e le capacità di cui siamo in possesso per il bene dei propri figli, anche se questo significa ad esempio assentarsi spesso da casa per il lavoro, si ridimensionerà di molto la sensazione di colpevolezza che ci attanaglia.

Infine, anche con il proprio partner capita di trovarci a chiedergli attenzioni che tardano ad arrivare, col risultato di sentirci delusi e arrabbiati. Col broncio, si passa a nuove richieste nella speranza che questa volta vengano ascoltate, in un circolo vizioso senza fine. Ma queste richieste continue nascondono in realtà vissuti emotivi di situazioni dell’infanzia, vissute e ripetute, che hanno a che vedere con la mancanza di amore incondizionato, un amore non legato con i lacci del senso di colpa, né giocato nella logica del dare-avere.
Il primo passo da compiere è prendere coscienza del fatto che questa dinamica affettiva ha radici nel proprio passato e non è quindi autentica, perché si poggia sulla paura di non essere sufficientemente amati; bisogna mettere a tacere il proprio Super-Io, il nostro severo giudice interno, che è alla ricerca di un ideale, della coppia, di noi o del partner, che non corrisponde alla realtà. Smascherata questa vocina interna, ci si potrà concentrare sulla reale situazione da vivere, ma con una consapevolezza maggiore.

Quale che sia il campo di interesse in cui il senso di colpa ci investe, è importante rimanere centrati sulle proprie necessità, aderire ai propri desideri, ripetendoci continuamente con un pizzico di sano egoismo, che la nostra felicità non dipende da quella altrui, ma dalla realizzazione dei nostri bisogni.
Nelle relazioni importanti non ci sono colpe. Chi ci ama lo capirà.

Share Button

Moena Castellucci

Mi sono laureata con 110/lode all'Università degli Studi di Torino in Educazione Professionale. Ho poi conseguito un Master in Giornalismo e attualmente collaboro con alcune riviste e case editrici per le quali scrivo di attualità e recensioni libri. Adoro i romanzi psicologici, i gialli e i saggi. Studio la PNL da anni e appena posso ne frequento corsi di aggiornamento. Amo la formazione ed il confronto continui.

Lascia un commento