Il silenzio del Sud

Il silenzio del Sud a volte lascia sorpresi. Nel discorso politico generale quasi non si parla più del Mezzogiorno. La responsabilità insiste sui politici del meridione che non si assumono la responsabilità di ribellarsi a un assetto economico/culturale/sociale basato sul sistema Paese Nord/Nord-Est.
La Ribellione non è ribellismo o piagnisteo inutile e sciupone.
Fino a questo momento il ceto politico meridionale non ha fatto altro che arraffare piccoli privilegi, personali o di quartiere facendo assegnare quell’appalto  o quel finanziamento all’amico dell’amico o al vecchio collegio di appartenenza.
A questo siamo ridotti mentre le infrastrutture cedono, gli investimenti seri tacciono. Percorrere la Catania Messina o la Salerno Reggio Calabria è un’impresa ottocentesca. Mentre loro (e mi riferisco ai piccoli politici del Sud) arraffavano, il nord costruiva strade e linee veloci. Bretelle e passanti. Il ritardo delle infrastrutture del Sud è spaventoso.
L’offerta formativa meridionale a parte la benemerita opera dei tanti docenti è priva si supporti informatici, di aggiornamenti adeguati, di formatori di livello, di scuole attrezzate, di palestre a norma e potrei continuare per ore elencando le lacune che una disattenzione generale ha lasciato sulla via della rinascita meridionale.
Tutto è perduto, dunque nulla è finito: se è vero che lo spazio tra sviluppo del Nord e arretratezza del Sud si sta ampliando, è anche vero che il futuro è dato al Sud più che al Nord.
Il turismo, l’agroalimentare, l’allevamento,  le attività legate all’ambiente e al biologico: tutto può condurre a un vero sviluppo che una volta veniva detto “autopropulsivo”. Che dire di un clima che propizia la bella stagione da marzo a novembre?
La storia sta per assegnare al Meridione il ruolo che due secoli disattenti e ricchi di pregiudizio hanno sepolto dentro decenni passivi e di sospensione civile (se penso al ventennio berlusconiano mi viene in mente la catastrofe).
Adesso segnali di rinascita ci sono, le percentuali di realizzazione e individuazione di progetti costruiti attraverso i fondi europei sono altissime. Ci sono regioni che spendono (finalmente!) il 90/95% dei fondi assegnati.
Gli imprenditori meridionali hanno capito che se vogliono crescere devono puntare sulla qualità e su un servizio di livello medio alto.
Nuove imprese nascono e sono tutte aziende che lavorano dentro settori con un grande livello di crescita (ambiente/sostenibilità/turismo).
L’unica cosa che mi lascia perplesso è: questo silenzio anticipa una rivoluzione? Una rinascita economica e sociale? Oppure è solo l’ennesima prova che il Sud è ormai finito, chiuso dentro uno schema di depressione economica dal quale non si può più uscire?
Forse solo il Governo può rispondere a questa domanda, assumendosi la grande responsabilità di offrire per la prima volta al Sud una possibilità: non più cattedrali nel deserto, non più finanziamenti a pioggia dentro cantieri che sanno di mafia, ma strade, dritte e larghe.
Ferrovie veloci, vie del mare economiche e sostenibili.
Ci sono cose che i meridionali possono fare, altre cose che i meridionali potranno fare se il governo vorrà.

Gianfranco Natale
© Riproduzione riservata

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