Intervista allo scrittore Davide Frizziero: “Sabbia di Mare”

La rubrica dedicata alle interviste agli scrittori riprende con Davide Frizzerio, autore del romanzo “Sabbia di Mare”. Ad accoglierci nella lettura, il protagonista ancora bambino, che accompagneremo nella crescita, vivendo con lui emozioni e speranze. Tiferemo per Camillo quando si troverà a dover affrontare ostacoli e difficoltà. Il mare fa da sfondo alla narrazione, rappresentando un “porto sicuro” in cui rifugiarsi quando tutto sembra perduto.

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Attraverso la sua narrazione conosciamo il protagonista del romanzo “Sabbia di Mare”, Camillo, in varie fasi della maturazione e sfaccettature. Il bambino diventa adolescente e, poi, adulto; crede che grazie a questo continuum temporale il libro possa rivolgersi a chiunque, di qualsiasi fascia d’età?

Mi piacerebbe che lo fosse. Alla fine tocca due corde speciali nella vita di ognuno di noi e alle quali rimarremo legati per sempre. Due accadimenti ai quali sottostiamo tutti e ne facciamo paradigma per tutta la vita.
Uno è crescere. Perché questo è un romanzo di formazione. Formazione è un viaggio nella conoscenza di sé, la scoperta “involontaria” del proprio esistere, e passare dall’azzardo della vita alla sua razionalizzazione. Formazione è dove esiste ancora un tempo dedicato all’attesa, ai pensieri liberi, alla scoperta. Forse per alcuni non finisce mai, perché la vita si deve imparare ogni giorno, ma resta sempre qualcosa di irriducibile, può essere un sogno di bambino, il ragazzo che “tocca ancora due sponde”, l’adulto che ricorda.
Una chiave mimetica di questa crescita ho cercato di costruirla nell’orizzonte. La ricorrenza dello sguardo verso l’orizzonte. C’è una stretta analogia fra orizzonte e la maturazione del protagonista. L’orizzonte esiste senza mai raggiungerlo: vivere l’età adulta è accettare di non raggiungere mai quest’orizzonte, ma sarebbe triste pensarlo non esistere o negarsi di averlo guardato un giorno e fantasticato. La consapevolezza di non raggiungerlo non deve negare la sua esistenza. E allora l’età giovane corre verso l’orizzonte nel sogno di poterlo raggiungere, essere esso stesso orizzonte. L’età adulta di non poterlo raggiungere, ma non della sua insussistenza. È accettare il limite.
E poi l’altro accadimento, la corda che vibra legata all’assoluto di ogni uomo è un universale: è l’amore.
La storia corre parallela fra la maturazione del protagonista (Camillo) e lo sviluppo di una storia d’amore. Un ragazzo/uomo che insegue il suo amore per tutta la sua vita e ne fa – come gli antichi – il senso del suo vivere. Il richiamo agli antichi non è peregrino. Il romanzo si muove intorno al mito dell’amore, in un intreccio e concetto medievale che nobilita e riscatta chi lo prova. Ne eleva lo spirito che infirma la sua stessa vita ed il suo porsi. Il ragazzo e la sua entusiasta fedeltà all’amore, e l’incapacità di rinnegarlo poi per una consuetudine che vuole una persona adulta solo razionale.
Ma sull’amore non voglio dire di più. Rischio spoilerin agguato…

Camillo viene descritto sotto tutti i punti di vista: emozioni, insicurezze, fragilità. Crede che questo suo costruire il personaggio senza idealizzarlo, anzi, mostrandolo in maniera realistica, possa aiutare il lettore a immedesimarsi nella sua storia?

Mi piacerebbe che il mio personaggio, al di là di qualsiasi schematizzazione o idealizzazione potesse emozionare. Ho cercato di essere coerente con la vita – quanto meno con la mia – fatta di emozioni, insicurezze e anche fragilità. Non ho “fatto sconti”, come non li fa la vita e forse per questo risulta vero.
Parlavo di formazione e nel romanzo c’è il bambino e c’è l’adulto: il bambino che guarda e idealizza l’adulto, l’adulto che ricorda il bambino che era. Ma la formazione non si esaurisce nella prima parte – quella che attiene al protagonista bambino e poi ragazzo. Esistono più formazioni e se la prima è per età, la seconda è per società, e il nostro vivere e rapportarsi al mondo ne è conseguente. Credo di sì; immedesimarsi è possibile, e forse anche per altri motivi. C’è un bambino cresciuto – un adulto (il protagonista) – è la necessità di risarcire i suoi sogni di ragazzo. Introiettati, razionalizzati, dispersi ma mai dimenticati, e allora compiere quell’atto di giustizia verso se stesso e ritrovare (o forse riprovare) quel bambino e le sue verità eterne quanto la sua vita.
E forse non è neppure l’unico modo di avvicinarsi al mondo del protagonista. Dentro il romanzo c’è lo svolgersi della vita quotidiana che ho cercato di tradurre quanto più possibile vera, fatta di amicizie e di solitudini, di incomprensioni ma anche di fiducia. E tuttavia in questo svolgersi dei giorni apparentemente passivo, la vita e le suggestioni muovere attorno al protagonista, costringendolo dapprima a rendersene conto e poi dover decidere: travolgere o farsi travolgere. Due estremi che si negano fra loro e lo stesso sentire comune che li fa vivere antagonisti dentro la vita. E la scelta più difficile è quella che mette in discussione il pensiero dominante. Credo che per gradi o accadimenti diversi si sia passati tutti. Ho cercato di rendere la vita per quella sequenza caleidoscopica di sensazioni, incontri, presenze, scontri, emozioni, anche sogni che sono il quotidiano e dove forse l’unico atto eroico della vita è alzarsi tutti i giorni alle sei per andare a lavorare. Ecco, credo che tutto questo, sveglia compresa, ci leghi un po’ tutti. E magari nel traffico sognare la stessa tregua e una giornata di sole per camminare su una spiaggia.
E’ un romanzo – certamente lungo – ma fatto di piccole cose, di quotidianità, dove proprio queste cose minime o avvenimenti apparentemente comuni, persino banali, si danno in un senso più profondo quando vissuti oltre l’apparenza. La vita è leggera e pesante al tempo stesso; spesso si trascina aspettandosi un grande giorno cui tutto si rivoluzionerà, ma in realtà sono le cose piccole, quelle che tutti i giorni accadono a darne il motivo da ricordare e scandire i giorni stessi. E succede, involontariamente. Lo sceglie un ricordo, un’emozione, una suggestione.
Le piccole cose – e ce ne sono a migliaia nel mio libro; un’alba, un fiore, il suo profumo dopo una pioggia, una sera d’estate, d’inverno, una canzone, un tempo sognato, fino ad un sasso, una nuvola, un istante che non c’è mai stato: tutto concorre per una vibrazione che supera la descrizione. Diviene significante sopra il significato. Tutto questo credo siano quelle sensazioni senza parole che la sensibilità di ognuno vive.

Ha inserito elementi autobiografici nel romanzo? In cosa il protagonista le assomiglia e in cosa, invece, siete diversi?

Certo: il personaggio è un introverso, come lo sono io. Eppure in quasi 1400 pagine non ho mai usato la parola “introverso”, quasi a proteggerlo da quell’accezione negativa che sembra accompagnare la parola.
L’introversione è un temperamento, non una personalità. Il temperamento fa riferimento a quei tratti innati che determinano il nostro approccio nei confronti del mondo; di contro, la personalità è un modello di comportamento, l’insieme dei pensieri e delle emozioni che fanno un individuo. La personalità ci costruisce direttamente e indirettamente. Il temperamento è qualcosa di innato. È, e basta. Ma per un introverso è così difficile spiegarsi in un mondo dominato dall’estroversione, dai lavori di squadra, dai social invasivi, dalla necessaria spettacolarizzazione di ogni cosa o avvenimento, persino del sentimento. Ho rimosso la parola introverso nel mio libro ma ne è pieno, come è piena la sua vita, magari per piccole cose o per profondità. E allo stesso tempo ne stigmatizzo i limiti di rapportarsi con un mondo che procede a una velocità diversa, perché bisogna essere anche obiettivi.
Di contro, ho sempre considerato un vantaggio poter fermarmi a pensare, trovare i tempi per riflettere o anche solo di lasciarsi attraversare dalle sensazioni, anche a patto di sembrare asociale, o peggio maldisposto verso ciò che è l’organizzazione vincente sul lavoro, i rapporti sociali… o mille altre occasioni in cui un modo di pensare, chiamiamolo introverso, sembra porsi limite.
Anche se la vita non si svolge tutta sotto i riflettori, non significa che non si possano vivere profondamente le cose.
Parlo di me e del mio protagonista… allora forse talvolta un pensiero nella notte – nel silenzio di questa – riesce a dire di più, a superare quell’angoscia di vivere che non sempre capiamo, e allora questo silenzio, magari per uno sguardo al cielo, per delle nuvole, delle stelle, risarcisce. Non spiega; accetta, e forse esprime ciò che le parole o il raziocinio non sanno dire. Un pensiero che è sensazione, non dichiarazione di qualcosa. E basta.
Il silenzio può essere un’esperienza disorientante. Il silenzio ha una stretta relazione strutturale nella psiche dell’uomo. Per quanto rimosso, il silenzio in realtà è il più vicino portatore e relatore dei suoi pensieri, ma anche delle sue emozioni più intime. Il suo confessore e confidente. Purché si pensi, non si rifugga dall’accettarlo. Ed io e il mio protagonista ci siamo dentro appieno!
Tornando al mio romanzo e se il protagonista e gli avvenimenti e soprattutto sensazioni appartengano anche a me direi proprio di sì.
Credo anche che nessuna scrittura creativa, ma neppure musicale o coreografica non mutui inevitabilmente dal vissuto esperienziale di chi la crei. Come diceva con più autorevolezza Montaigne ad apertura dei suoi saggi: sono io stesso la materia del mio libro.
Poi ognuno scrive il libro di cui è capace, e non dico altro sennò tutti vanno a comprarsi I Saggi di Montaigne invece di Sabbia di Mare…

Come nasce l’idea di base che ha portato alla stesura della linea narrativa?

All’inizio nella più semplice delle motivazioni: volevo scrivere una bella storia, bella nel senso di sentimenti, di valori. Forse anche per risposta a un mondo che muove cose e situazioni lasciandomi spesso spaesato. Puntando altri valori dai miei. Mi spiego per non passare per un dissociato. Ormai è in atto un meccanismo sociale di anestetizzazione del sentire personale; viviamo automatismi sociali, uniformità di modi di vestire, di comportamento, di espressione. Un culto dell’efficienza e dell’utilità, dell’affarismo, che liquida qualsiasi momento personale o esperienza interiore a sterile impiego di tempo, se non addirittura un “bizzarro sociale”. Sarà perché io sono un introverso e che ne esco sconfitto sempre, ma io ho bisogno ancora di fermarmi a pensare, di sprecare il mio tempo a guardare da una finestra, a trascorrere del tempo con me stesso e i miei pensieri, a stupirmi delle cose, anche le più banali se accadono in un certo modo. È paradossale, ma un’esigenza dell’anima – la sua necessità – è sentita come superflua.
Isolamento, sradicamento, perdita della capacità di fare esperienza, l’incommensurabilità dell’esistenza, il disorientamento di fronte alla vita che cambia: questi sono gli elementi alla base del mio romanzo. E resilienza, anche se ne cambio il segno.
Resilienza è una parola che sembra essere divenuta paradigmatica di qualsiasi dialogo sulla modernità. La mia è più una resistenza che una resilienza, o almeno dove potevo permettermelo (nella scrittura). Il mondo è giusto che debba continuare, anche mutare, accogliere le voci di cose nuove, di persone nuove. Accetto il cambiamento ma non voglio trascurare quanto mi ha portato fino a qui e mi ostino a ricordare per non rinnegare. Così il mio romanzo è una storia di una resistenza dentro una resilienza.

E poi è un libro di suggestioni. Suggestioni che nascono da lontano, per tempi, per modi, accompagnate dalla vita o dagli studi e mai pacificate.
Passerò forse per un alieno, ma è un vivere strano il nostro. Le somiglianze che siamo in grado di percepire consapevolmente sono solo la minima parte di infinite similitudini colte inconsapevolmente, in uno spettro che va dalle corrispondenze fra macro e microcosmo alle costellazioni astrali. Oggi non siamo più in grado di comprendere il rapporto di somiglianza che lega una costellazione ad un essere umano. Proviamo qualcosa, che la scienza, il raziocinio, la conoscenza utilitaristica ha elevato a dato scientifico; di fatto mortificando quella che era la nostra capacità mimetica di vivere nell’ambiente e di ascoltare le nostre sensazioni ed emozioni. Di fatto; vivere senza stupirsi. Gli antichi, a cui ritorno sempre, avevano prospettive di vita brevi e per mille modi precarie, eppure invidio l’orizzonte inarrivabile di sensazioni che li comprendeva.
A ben vedere viviamo in un mondo nel quale domina la tecnica, ma affidiamo il senso ultimo di un esistere a un’idea che trascende la scienza. In un mondo dove tutto ha una spiegazione scientifica noi esistiamo a prescindere. In questa cesura noi siamo in equilibrio. Un discrimine che vede due estremi: l’uomo come una scimmia che fatto carriera o una creatura di Dio. A pensarci, antitetiche, inconciliabili eppure … e nella scienza delle realtà accettare un misterioso ordine delle cose e della vita. La potenza assoluta della scienza che tutto spiega piegata dall’invisibile potere di un’emozione.
Non sono certo un filosofo e neppure ho pretese di dare una saggezza interpretativa delle cose, non mi rifaccio a nessuna filosofia antica o esoterica anche perché la filosofia non spiega il disagio, ma semplicemente lo mette a nudo. Forse in qualche maniera Marco Aurelio, dai suoi Pensieri aveva capito più di tanti altri: “Colui che non avverte i moti della propria anima è inevitabile che sia infelice”. E nessuno vuole essere infelice.
E poi c’è il sogno di un bambino… Non so più se era scrivere un libro, vivere un amore speciale, ascoltare il cielo e le sue suggestioni … forse tutto questo. Perché è sempre così, anche se non ci pensiamo, anche se noi stessi ci impegniamo a dimenticarlo, i sogni di bambini tornano, anche solo per essere accantonanti.

“Sabbia di mare” si suddivide in due volumi: prevede di scriverne un terzo? In tal caso, ci vuole anticipare qualcosa sulla trama? Diversamente, ha altri progetti di scrittura in programma?

Domanda difficile, ma perché sono complicato io!
Quante volte abbiamo provato qualcosa che nel tempo è diventato più forte dell’evidenza stessa che ce lo poneva di fronte agli occhi. Parlo magari di una nuvola vista nel cielo in un determinato momento, del suono di una voce, del colore di un giorno. Anche una cosa banale talvolta, ma che poi ci è rimasta addosso. Ho come l’idea che vivendo, si diventi con gli anni un po’ archeologi di noi stessi, di un’età che non c’è più ma che ci appartiene, in un modo intangibile eppure pressante. Che ci spiega ciò che siamo diventati, ciò che ci emozionati e ha dato una direzione alla nostra vita senza neppure saperlo. Che forse un’emozione ci ha reso migliori, fatto sentire veri… e allora ci attacchiamo e cerchiamo ancora questi ricordi. E scrivere e descrivere diventa allora un modo di ritrovarla ancora, forse anche solo di non dimenticarla. Allora scrivere un nuovo romanzo, una poesia, una canzone potrebbe tutto questo. Puskin diceva che alla prosa servono soprattutto pensieri, e io forse ne ho troppi…

…Che tipo di romanzo ho scritto?

Vorrei spiegare per dire qualcosa di più dei risvolti di copertina. Anche perché la storia è semplice e lineare. L’architettura che la presiede, in realtà, è frutto di un’elaborazione più complessa, fatta di un gioco di rimandi, alcuni evidenti, altri sub liminae. Come un intreccio che sembra non esserci – sfuggire – e poi si disvela poco a poco attraverso cose, immagini, simboli e musica, tanta musica seppure dentro un romanzo. Oppure dentro un’amicizia o un amore che continuano significando un istante che non è mai passato.
Disseminate, ci sono poi minuscole parti di poesia che fanno parte dello stesso tessuto narrativo, talvolta espresse dal protagonista, altre nascoste nella scrittura, per un’idea bislacca che un verso esprima quel qualcosa che delle parole in prosa non arrivano dicendo troppo, o troppo poco. (ma sono proprio inserti minimi, non un prosimetro!).
Perché anche poesia? Per un parallelo che mi sembra esistere. La poesia ci costringere a leggere tutto un verso nella sua interezza non sapendo separare significato con significante. Vivere, ora che non sono più giovane, mi sembra sempre più così. Un’interezza di frammenti, veri, riconosciuti per tali, ma allo stesso tempo ignoti. E allora si può solo abbandonare il senso e accettare una suggestione come il senso. Una parte per il tutto.
La forma: ambigua come la vita stessa che si pone ragione e sentimento ho cercato allora una scrittura e una trama che fossero allo stesso tempo cadenza di una favola dentro una cronaca di realtà. La realtà inequivocabile delle cose e l’apparente inconsistenza delle emozioni.
Non voglio ingenerare pregiudizi verso il mio libro e porlo come criptico o peggio pretenzioso, è un libro che è soprattutto una storia d’amore, di amicizia e di crescita. Ma è anche un romanzo pensato, elaborato e scritto cercandone non il racconto solo di un’estate ma sviluppato in un’architettura che gioca con i simboli, qualche allegoria, più spesso metafore e la lingua. Ammetto sia forse presuntuoso tratteggiare un’architettura così complessa fra richiami e rimandi minimali in un romanzo di 1374 pagine, cercando sempre di infirmare tutta la narrazione in questo segno, ma la “folgorazione” è la Divina Commedia e della sua immensa articolazione per figure, simboli, sovrasensi… e Dante mi perdoni!
Esistono poi nel romanzo alcune peculiarità, come esistono più o meno in tutti i romanzi. Nel mio, a volerli individuare sono:
Tempo – è quello circolare della vita fatto di istanti che si ripetono, li superiamo e tornano a rivivere addosso ad altri (vedi specificatamente prologo ed epilogo, ma anche all’interno dei due blocchi temporali maggiori 1984 – 2000). C’è il tempo di un anno vissuto con le sue declinazioni di giorni e stagioni, e questo a sua volta spartirsi per istanti, alcuni passati, altri pensati fuori dal tempo stesso. In tutto questo una storia. Alla fine è sempre quella ricerca che non ha mai fine di un’armonica convivenza fra se stessi e il mondo, e giovinezza e amore è dove si colloca maggiormente questa ineludibile ricerca di armonia. Seppure non sia solo della giovinezza questa sentimento; o se lo è, ha la capacità di riportarci giovani per sempre.
Luoghi – I luoghi sono importanti, indipendentemente siano dentro di sé o un dato fisico. La convinzione che vivendo esista e si realizzi una geografia dei sentimento o uno spazio delle emozioni, anch’esso dentro e fuori. C’è Venezia, ma anche la Calabria e un’Italia vista dal mare, da un treno, da un promontorio o da un’altana, in un viaggio che esiste da sempre. Il viaggio attraversa lo spazio, ma di fatto si affranca anche dal tempo, per ciò che vediamo o rivediamo ricordando. Un viaggio è qualcosa di mitico, anche solo perché verrà ricordato un giorno.
Cose – Ricorro a Bachelard che sa certamente dire meglio di me: “Un’immagine – e l’idea della sua parola nella scrittura – è in grado di vivificare anche il dettaglio più banale della vita quotidiana”. Un’immagine ha una capacità sua propria di trasfigurarsi per l’istante emotivo che la vive. Perché un albero, un fiore, un bambino per mano alla sua mamma non sono sempre un albero, un fiore e lo stesso bambino? Questa è la mia ricerca di dare un’immagine a un’emozione e viceversa. La letteratura ha una potenzialità altissima di dare immagini a sensazioni, emozioni, a mille cose che non hanno una realtà tangibile ma che di fatto sono intimamente vere e percepite come reali, e allora la necessità di provare a trattenerle ancora un po’. Nell’unico modo di trattenere qualcosa che non ha corpo fuori di noi: musicarle, coreografarle… o scriverle.
Musica – C’è tantissima musica, descrittiva di un contesto o di situazioni, e poi più spesso viatico di emozioni o ricordi. Tutto per un parallelo che talvolta sfugge e ignoriamo. D’altronde, Pasternak: “L’orecchio è un organo dell’anima” – non un musicista ma uno scrittore e poeta! E poi l’idea, forse balzana, che scrittura e ritmo possano parlarsi anche in un romanzo. Così scrivere di una vita che non sia un accadimento meccanico. La vita è ritmo, non metro – il ritmo di una composizione musicale spesso, e non senza fondamento, è paragonato alla pulsazione di un organismo vivente. Non lo si paragona all’oscillare di un pendolo o al battito di un metronomo (tutto ciò è metro, non ritmo), ma lo si paragona alla pulsazione cardiaca, il respiro, le onde del mare, l’ondeggiare dell’erba nel vento. In musica metro e ritmo di avvicinano nelle marce: ovvero quella scansione musicale cadenzata, quasi meccanica. Il polso di un uomo sano batte regolarmente, anch’esso ha un metro, ma dentro questo metro accelera o rallenta con le emozioni: è il ritmo. È il ritmo che accade dentro il metro che la rende emozionata questa vita. Tutta la vita è intessuta di armonici emotivi, è il contenuto filosofico di ogni vita. Io ci ho provato.

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