“Pagine profumate di nostalgia” di Valentino Lorenzetti. La lettura critica di Lino Palanca

Pagine profumate di nostalgia di Valentino Lorenzetti si legge con gusto, lo stile punta sulla concretezza e soprattutto chiarezza delle immagini. E a me è una scelta che sta bene assai. Senza mettere in atto alcun raffronto, ma la prima impressione che se ne ricava rimanda col pensiero a Camus, soprattutto quello de “L’Etranger”: Aujourd’hui maman est morte. Ou peut-être hier, je ne sais pas. J’ai reçu un télégramme de l’asile, etc…, così di seguito per tutto il romanzo, essenzialità del periodo, fuori ogni arzigogolamento e barocchismo linguistici. Sarò io che divento vecchio, ma sono sempre di più affezionato alla semplicità della scrittura. Quella di Lorenzetti si unisce all’assenza di banalità: il pregio, per me, sta tutto qui.
Penso di aver capito assai di più del mondo della fisarmonica e dei suoi protagonisti (che suonino o le facciano non cambia molto) di quanto avrei potuto dopo la lettura di un poderoso volume sulla storia di questa magia musicale. Che personaggi, da Zuppante a Polverì a Muratori e agli altri: il mio limite è che uno come me, e come tantissimi, si trova davanti al prodotto finito senza sapere che cosa sia costato in termini non solo economici, ma di progettazione, passione, competenza, rapporti umani.
E poi ci sono quelli del film dell’ospedale. Di Tarozzi non avrei mai sospettato la passione musicale. Me lo ricordo con gli occhi spiritati su di me che saltavano fuori dalla cuffietta (o come si chiama) nella sala operatoria quando mi guardava addormentarmi prima di mettere le mani su di me […]. I leandridi, invece, li ho sempre visti come li racconta l’autore, col vantaggio, suo, di una frequentazione assai più densa della mia (specie per il Bomba, che conosco pochino). Lorenzetti si è trovato sempre in mezzo a gente che per motivi differenti gli ha rappresentato la parte dinamica dell’anima, il che non guasta proprio.
C’è anche una parte dell’Autore che riesce a tirar fuori il comico da situazioni di quotidiana normalità; una facoltà che si espande nelle disavventure che ha vissuto (in autostrada contro mano!!!), vedi l’esperienza modenese (splendida l’immagine dei camerieri che nemmeno li guardano alla fine della disastrosa serata!) oppure nelle esperienze esaltanti come quella dei Sagittari.
Sa contenere l’entusiasmo ed è un bene perché il rischio è poi di finire nella celebrazione di ricordi e nostalgie. Ho apprezzato parecchio i colori delicati che ha usato per rappresentare la storia d’amore con Daniela, i suoi momenti “clou”, le gioie e le preoccupazioni che ci vengono dai nostri famigliari.
Mi è piaciuta la riflessione su Hiroshima perché mi ha ricordato che è la stessa di Cecco Bonanotte, grande scultore portolotto (porte dei Musei Vaticani e del Palais du Luxembourg, sede del senato francese, tanto per citare due suoi lavori) quando si è trovato a visitare quei luoghi. Ma il meglio è nella conclusione, nel paragrafo della frattura e nella poesia dedicata a sua madre. Parole e immagini che davvero ti scuotono.
Lorenzetti mi chiede un giudizio sincero. Beh, non sono famoso come persona complimentosa, anzi. Tuttavia, cerca e cerca, qui non ho trovato di che soddisfare il lato distruttivo che alberga in me. Sai quando una cosa ti piace? Non riesci a vederne i difetti. Per trovarli dovrei leggere il libro una seconda volta, fra 5/6 mesi, come faccio di solito. Lo farò e vi farò sapere.
Lino Palanca

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