Penelope alla vita “La forbice che taglia il cordone con il passato”

Approdo sulla spiaggia di Gaza su una zattera di schiuma e mentre il mio corpo rotola sulla riva insieme a un’onda, la mia anima gli si slaccia di dosso scivolando indietro per mano della risacca. A vederlo lì, immobile sulla sabbia umida, mi pare bello come pochi altri: pallido ed esatto come quelli in marmo delle antiche sculture. E dire che fino a qualche giorno fa lo odiavo al punto da sabotare ogni quotidiano incontro con lo specchio, mentre ora… ora mi ammalia e scalda, affascina, incanta.

A carponi cerco di raggiungerlo, ma il mare mi incatena a sé con la sua impetuosa forza. Riesco a muovermi ma con la lentezza degli astronauti e il respiro si fa affannato quando un cattivo pensiero si posa su tutti gli altri e li copre: se l’anima resta per troppo tempo fuori dal proprio corpo, poi rioccuparlo diventa impossibile.

Non so da quale nozione o notizia prende forma, ma lo fa. Così inizio freneticamente a disegnare cerchi con le mani aperte, per fare presa sull’acqua. Niente. Non avanzo. Mi tocca aspettare la prossima onda per arrivare dove vorrei e, infatti, dopo un attimo mi travolge e strattona verso il nudo e inerme ammasso di carne e ossa dal quale sono involontariamente scivolata fuori.

Ho terrore a toccarlo. Sarà freddo e rigido come quello dei morti? Appoggio lentamente una mano su una coscia e quando lo faccio la gamba d’istinto si spalanca mettendo in mostra il mio sesso. Ha labbra schiuse come petali di un bocciolo di rosa che ha appena scoperto di poter assumere nuove forme. Avvicino il viso, sono curiosa di sapere se anche il suo odore ricorda quello dei fiori. Il mio olfatto resta deluso quando nessuna fragranza invade le mie narici. È lucido ma non per via dell’acqua, è lucido come lo sono i fiori la mattina d’inverno, quando la brina formatasi nella notte si scioglie a contatto con i primi raggi di sole. È lucido come un diamante che, fuggito dal mantello della Terra attraverso un condotto vulcanico, si è inglobato in un blocco di pietra dal quale ora risplende come fanno gli occhi dei gatti quando sono avvolti dall’oscurità della notte. L’intero mio corpo è fermo ma Lui, il mio sesso, pur restando fermo si muove, respira. Sento il bisogno di assaggiarlo, di passare la mia lingua sulla sua superficie a partire da quel lembo di carne, il più luccicante di tutti, che sporge e attira come una perla.

È salato ma non di mare e la mia mucosa sopra scorre veloce e felice come le slitte dei bambini sulle discese innevate. Il mio sguardo cade sul mio seno che viene spinto verso l’alto da un respiro improvviso, lungo e profondo. I capezzoli si fanno duri, diritti, le gambe si spalancano del tutto ma in maniera assolutamente incosciente. Non c’è controllo in quel che sta accadendo. Le mie mani scivolano dalle ginocchia verso il centro, verso il punto in cui Io e Me stessa scorriamo una sull’altra, verso il mondo che prende forma là dove il Ka tenta di ricongiursi con il suo Ba, dopo aver attraversato la Duat e sconfitto i mostri che la abitano.

Ora i petali mi mostrano le viscere del fiore e io desidero spingere dentro le mie dita, affondare dentro il mio corpo come forse non mi capiterà mai più di fare; ma quando ci provo sbatto contro un muro. Non sento dolore alle dita, che nel frattempo prendo a fissare come fossero un attrezzo che incomprensibilmente non funziona, ma sono indispettita. Riprovo. Nulla. Una barriera invalicabile. So che le dita mi servono per provare piacere, mi conosco. Decine e decine di volte mi sono servite per raggiungerlo e colmare così l’assenza di quel guerriero partito e scomparso dentro al suo “viaggio”, di cui ormai ho dimenticato il nome. Mi faccio avanti con le gambe: una sotto la sua, l’altra le avvolge il ventre, voglio i nostri sessi vicini, li voglio sentire strusciare e baciarsi, amarsi e riempirsi. Funziona. Lei ansima sempre più velocemente io no, non ho una voce per farlo ma se l’avessi farei come lei – perché sono Lei – forse anche peggio. Stringo la mia presa sempre di più, in questa forbice perversa che mi sta mandando in orbita. Stringo così tanto che le mie gambe, come fossero coltelli affilati, la affettano e dividono in due. Il mio corpo si apre e prende a sanguinare, io indietreggio inorridita in direzione dell’acqua, come fossi una sirena che necessita di tornare a vivere nel suo habitat naturale. Un rumore mi distoglie dalla macabra immagine di me spezzata, abbasso lo sguardo a lato e vedo un pesce argentato con il dorso grigio-azzurro sguazzare fuori dall’acqua e andare incontro alla Me squarciata. Gli occhi sono dorati e sembrano guardarmi divertiti. Ho l’impressione di averlo già visto, ma non ricordo dove. Quando giunge a destinazione prende a mangiucchiarlo pezzo dopo pezzo e io spaventata indietreggio ancora e poi ancora, mentre vedo sparire le mie gambe e le mie braccia, il mio seno e la mia testa dentro la sua piccola bocca.

Poi d’un tratto un boato, mi volto e un’onda più grande di tutte le altre mi si fa sotto minacciosa. Un deja vu. Sembra la gemella di quella che a un certo punto ha travolto la nostra imbarcazione, poco dopo che un marinaio mi mostrasse un secchio pieno di pesci dello stesso colore di quello che mi ha appena inghiottito.

«Questi è meglio non mangiarli, capitano Penelope» mi aveva detto mostrandomi il suo sorriso sdendato «Sono Sarpa salpa e creano allucinazioni»

Ma quando risvegliandomi, avevo visto solo rottami dell’imbarcazione e mare intorno a me, pur di sopravvivere non avevo badato a quella raccomandazione e vedendo quel secchio galleggiare vicino a me, gli ero nuotato incontro.

Quando riapro gli occhi, davanti a me si erge l’enorme facciata di un tempio greco. È intagliato in un montagna rossa e lascia senza fiato. Quando sollevo il busto, mi scopro appoggiata su una stuoia di paglia e vicino a me c’è una donna dai lunghi capelli rossi.

«Dove siamo?» le chiedo senza troppi preamboli.

«Petra» risponde senza degnarmi di uno sguardo. Ha in mano un arco e sta affilando la punta di una freccia.

«Chi sei?»

«Non è importante…» dice subito. Poi sembra ripensarci e dopo aver disegnato sul suo viso un sorriso sinistro, la sua bocca pronuncia sei terrificanti lettere «…Lilith»

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Eugenie Genin

Nel 2015 pubblica con la casa editrice Milena Edizioni il suo primo libro "Il basilico raccolto all'alba. Romanzo Erotico.

Un pensiero riguardo “Penelope alla vita “La forbice che taglia il cordone con il passato”

  • 22 Novembre 2015 in 6:48 pm
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    Terzo episodio; un breve assaggio della vena amatoria che Eugene ci trasmette succintamente,come nel suo costume, lasciandoci pregustare ciò che inevitabilmente avverrà nei prossimi episodi di questa “favola” mirabilmente narrata da un talento che fa della sua letteratura un gelato gustoso da assaporare pian pianino: dolcemente prima di mordicchiare il suo cono per giungere alla completa soddisfazione della sua arte letteraria. Attendiamo spasmodicamente il quarto.

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