Penelope alla vita “Non c’è rotta senza frattura”

Una sagoma in lontananza, verso nord. Sembra la schiena di un enorme mostro marino, che spunta oltre la superficie per farsi accarezzare dalle onde di un mare che finalmente, dopo giorni, trova una riva su cui rifiatare.
«La casa di Afrodite» mi suggerisce il comandante, un omuncolo paffuto e paonazzo in volto. Ha lo sguardo perso nel vuoto, una mano ruvida sul timone, l’altra aggrappata a un’anfora colma di vino. Ne vorrei un sorso, ma gli uomini condividono solo con altri uomini certi piaceri, quindi tengo per me la richiesta. Pare leggermi nel pensiero quando, portandomi al suo fianco, la porta alla bocca per tragugiare un sorso di nettare d’uva per poi portarla al petto, vicino al cuore; come a suggerirmi che togliergliene anche solo un sorso equivarrebbe a rubargli dei battiti.
«Arriva da Creta. È il migliore» sembra giustificarsi. Come se il meglio fosse un qualcosa di “sprecato” per una donna. Un altro Ulisse. Un altro padre-padrone, ottuso e misogino.
Penso all’amore, a cosa pensavo che fosse, a cosa ho scoperto che è, a quel che spero diventi un giorno. Poi penso alla danza. Creta, i cretesi, da Dinisio hanno appreso l’arte di fare il vino, ma anche quella di muoversi a tempo con la musica; fagocitando l’allegria degli africani e la solennità degli indiani, per rimescolare il tutto nel contenitore della propria identità e infine dare vita a nuovi movimenti. Nuovi punti di vista.
Io che Divinità non sono e popolo nemmeno, cosa posso fare per questo mondo? Cosa posso inventarmi di nuovo? Potrei forse riscrivere la ricetta di Afrodite, perché quella sua pietanza – l’amore – è buona ma ha un retrogusto amarognolo che complica il ricordo che di lui rimane sul mio palato. L’amore oggi è un’autostrada che porta da un punto all’altro della mente – dall’indifferenza al “per sempre” – in poche ore; scavalcando tutte quelle stradine sterrate che prima univano il punto di partenza da quello di arrivo in settimane, mesi, anni. Invece, grazie alle fiabe che ci hanno raccontato quand’eravamo piccoli, ora sappiamo fin troppo bene come dev’essere: una principessa, un principe azzurro, un castello un cavallo bianco, un abito lungo, le trombe che suonano, il popolo in festa. Così sovrascriviamo quella storia alla nostra e siamo pronti per essere felici e se non è proprio come ce lo immaginavamo, fingiamo che lo sia.
Invece io vorrei vedere l’Africa e L’asia, l’Uomo e la Donna, fondersi in un nuovo essere che ama in maniera diversa, libera, unica. Vorrei che le braccia che muovono questa barca fossero per metà maschili e per metà femminili, che le mani sul timone fosse una sua e una mia, che gli occhi in cerca della meta fossero quattro, che le penne che trascrivono le avventure che presto vivremo fossero due.
Un rutto barbaro, inappropriato, strattona la mia visione utopica.
«Lascia perdere l’amore» mi legge nella mente. Quest’uomo, non ci sono dubbi, mi legge nella mente «Domani sbarcheremo sulle rive della Giordania, poi ci incammineremo verso la prossima te»
«Chi è la prossima me?»
«La donna di rosa, che sta nella gola del deserto»
Non capisco ma ho paura a chiedere altre spiegazioni, m’incute timore. Chiudo gli occhi e ascolto il mare, ma dopo pochi attimi la sua rudezza mi manca. Non so chi sia, non conosco nemmeno il suo nome, spero che qualche membro della ciurma si avvicini per rivolgergli una domanda e facendolo me lo riveli. Non succede, nel vento solo lo schiaffo dei remi che all’unisono trafiggono le onde a un ritmo perfetto. Mi volto, Cipro è poco più che un alone che si confonde con la foschia. Di Poseidone non v’è traccia, il mio viaggio non sembra interessarlo. Forse perché sono una mortale e le mortali non meritano la considerazione degli Dei, se non quando sentono il bisogno di riprodursi.
«… o forse ti teme»
Il cuore mi finisce in gola quando, per l’ennesima volta, quella voce affilata mi apre la testa in due per poi infilzarsi nella mia materia grigia. Quando succede, sento gli emisferi cerebrali, come continenti alla deriva, allontanarsi e poi affondare nel liquor; il sistema limbico collassare su se stesso e crollare lasciando scoperto il primo, primitivo, strato di cervello: quello rettiliano. Ho quasi la sensazione di sentir spuntare una coda appena sotto l’osso sacro, mentre un fuoco si accende e divampa come un big bang dal centro del mio ventre sino alla cute del cranio. Ora sono solo istinto. Ardo. Mi sento mancare, poi quasi volare. Strabuzzo gli occhi, cerco Lui, non c’è. Sul timone solo la mia mano, nell’altra l’anfora, nella mia bocca un sapore dolciastro, una mano sulla spalla «Comandante Penelope, quanto manca?»
«Saremo in Giordania prima che il sole sorga»
«La destinazione, una volta sbarcati?»
Prima di rispondere, penso che forse questo viaggio fisico ne porta in grembo un altro, mentale, ben più pericoloso e lo sguardo mi cade a terra, su un tozzo di pane circondato da un esercito di formiche. Ogni briciola è portata via da quattro operaie, mentre una quinta, staccata da tutte le altre, sembra essere lì per indicare la direzione giusta a tutte le altre. Penso a Ulisse e al suo esercito, alle sue guerre da vincere. Poi penso a me che devo solo togliermi di dosso le catene che questa civiltà mi ha imposto in quanto donna. L’unica guerra che devo vincere è contro me stessa, contro la me stessa rozza e animale che non vedo ma che è dentro. Non devo essere guerriera, devo essere soltanto dura. Dura come la pietra.
«Petra. Appena sbarcati, marceremo verso Petra».

Share Button

Eugenie Genin

Nel 2015 pubblica con la casa editrice Milena Edizioni il suo primo libro "Il basilico raccolto all'alba. Romanzo Erotico.

3 pensieri riguardo “Penelope alla vita “Non c’è rotta senza frattura”

  • 20 Novembre 2015 in 1:05 pm
    Permalink

    «Chi è la prossima me?»
    «La donna di rosa, che sta nella gola del deserto»

    mi piace questo appuntamento con lo scritto di Penelope. Sono una tua fan

  • 15 Novembre 2015 in 8:07 pm
    Permalink

    Ho già letto e riletto più volte il “basilico” e non vedo l’ora di affrontare la sua seconda creatura. Scrittrice essenziale, scarna, avvincente: la sua prosa scorrevole ti obbliga a leggere tutto d’un fiato ciò che scrive perché ti rende compartecipe quasi fossi un suo stesso personaggio. Questo “intervallo” ci voleva proprio e già desidero sbarcare con lei a Petra!

Lascia un commento