Penelope alla vita: “Tu, io e la magia di ciò che non è mai stato”

L’illusionismo è un’arte che, attraverso trucchi meccanici, chimici, idraulici e ottici, intrattiene un pubblico che alla fine dello spettacolo è convinto d’aver visto cose che in realtà non esistono. Il mio caro Georges, pace all’anima sua, ne applicò i principi al cinema; molti di noi invece, da secoli ormai, li applicano inconsciamente alla vita e il risultato finale è un sentimento che ci resta negli occhi e nella mente più che nel cuore, come invece vuol farci credere, e si chiama amore.

«Magnetismo animale, cure per simpatia, magia, seconda vista, sogni del vero, visioni di spiriti e di ogni altro genere, sono tutti fenomeni affini, rami di uno stesso tronco, e danno una prova sicura e irrefutabile del nesso sussistente tra tutti gli esseri, e basato su di un ordinamento delle cose assolutamente diverso da quello della natura, la quale si appoggia sulle leggi dello spazio, del tempo e della causalità».

Quelle della magia, sembra dire Schopenhauer – o per lo meno questo è ciò che io intendo leggendo le sue parole- , sono ali che ci allontanano dalle fondamenta che la natura ha gettato per reggersi. Seguendo questo ragionamento dunque, smascherarsi, smascherare il trucco che ognuno di noi mette in atto ogni giorno, per tutti i giorni della nostra vita, è il solo modo per ambire a quell’eternità che il “Mostro/Amore” presume – sbagliando – di avere tra le sue grassocce dita.

Succede per caso: ci si incontra e ci si osserva da un’angolazione diversa dalla quale si è soliti guardarsi e si vede ciò che nessuno ha mai notato prima. E il trucco si scioglie rivelando gote arrossate, labbra tremolanti e pupille dilatate per l’immane sforzo di dover guardare il mondo al buio. Perché accenderlo di verità,  significherebbe generare caos e dar vita al doppio delle guerre che già bruciano su questo pianeta.

«Bisogna saper mantenere le distanze» disse Milena Jesenskà «Bisogna riuscire ad avere rapporti quotidiani con le persone, senza rivelare nulla di se stessi».

 Ma quando incontrò la prosa di Kafka, Milena si specchiò nella tristezza che abitava i suoi scritti e, dopo averlo incontrato per via delle traduzioni dal tedesco al ceco che Ella d’istinto prese a fare dei suoi capolavori, si denudò dinanzi ai suoi occhi nelle epistole che per qualche anno prese a scambiarsi con il tormentato scrittore.

 «Lei è un fuoco vivo come non ne ho mai visti» Gli scrisse in seguito Kafka, rivelando una volta per tutte la vera natura di Milena. «O il mondo è minuscolo o noi siamo giganteschi, in ogni caso lo riempiamo completamente».

 La storia tra Milena e Franz è una di quelle destinate a finire ancor prima di iniziare e proprio per queste eterne. Perché tutto ciò che non si consuma, splende per sempre; come una stella che brucia ma non esaurisce gli elementi di cui è composta. Quante ce ne sono state, ce ne sono e ce ne saranno ancora di storie così nel mondo? Di rapporti relegati alla clandestinità, mentre il film della vita come da sceneggiatura scorre tra matrimoni, figli, lavori e amicizie vissute con il pilota automatico inserito; mentre dentro passioni, desideri, speranze e sogni cercano il loro posto nell’universo tracciando orbite geniali che nessuno o quasi potrà mai ammirare.

Ogni città  è sorta sopra le macerie di una più vecchia, così ogni nuovo essere umano è nato sopra le ossa di uno morto. La civiltà esiste a strati, levarli tutti è pericoloso, non levarne nessuno lo è altrettanto; quel che è certo è che nessuno di questi, mai, smette di respirare; perciò esistono Tu ed Io che «Lo spazio, il tempo e la casualità…» mettono l’uno di fronte all’altro nelle cantine dell’esistenza, lontano da tutti quegli occhi incapaci di leggere la verità.

Sono sottolineature o biglietti di appunti sparsi nel “Grande Libro” che quasi nessuno mai nota. Varchi che eludono i confini delle dimensioni e le rimescolano facendo incontrare persone che, secondo le rigide leggi della razionalità, non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Cassetti chiusi a chiave, ricette incomplete, leggende tramandate a voce da bocche saggie e raggrinzite. Sono l’immorale necessario affinché il morale continui a guidare i piedi dei più, lungo la via che chiamano retta. Il male che batte nel cuore del bene e pompa al suo cervello la passione che lo tiene in vita. È un caso che non cade mai in prescrizione, una fatica necessaria per non morire prima del tempo. Un appartenersi al di là di ogni ragionevole considerazione.

«E’ un contatto fra fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo, o magari in una successione di lettere, dove l’ una conferma l’ altra e ad essa può appellarsi per testimonianza. Come sarà nata mai l’idea che gli uomini possano mettersi in contatto fra loro attraverso le lettere? A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane…».

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Eugenie Genin

Nel 2015 pubblica con la casa editrice Milena Edizioni il suo primo libro "Il basilico raccolto all'alba. Romanzo Erotico.

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