Quando i giornalisti sparano a Zero

In questo mio articolo non parlerò del dottore contagiato dal virus Ebola. Non lo farò perché mi sembra ingiusto che quasi nessuno abbia detto che quel signore era là, nel centro dell’epidemia per spirito umanitario. Quasi nessuno ha detto che questo signore è una persona straordinaria, che rappresenta il meglio dell’Italia: generosa, professionale, determinata e forte.
Fatta questa – doverosa – premessa vorrei soffermarmi sulle parole che ci circondano, diceva Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso che le parole non sono mai pazze… è la sintassi che è pazza.
Parliamo del paziente zero, questa smania che abbiamo di applicare logiche linguistiche (americane) a uno stile (quello italiano) completamente diverso.
Zero, come ground zero, zero come tolleranza zero, zero come paziente zero. In un susseguirsi di emulazione che non sempre corrisponde ai nostri significati.
Eppure i nostri giornalisti non vedevano l’ora di riempirsi la bocca con la frase “Paziente zero”, dando un significato stropicciato, quasi assurdo, a una cosa che non è mai accaduta.
Mi spiego meglio: con paziente zero indico la persona che rappresenta il primo caso di un focolaio. Chi è stato il primo ad ammalarsi? Ebbene quel signore è “il paziente zero”.
Qua invece inseguiamo fantasticherie metropolitane, fascinazioni americane che non hanno nulla da spartirsi con la logica e con la sintassi. Quel tipo che voi chiamate paziente Zero io lo chiamerei Eroe italiano, avrebbe un altro significato, una dimensione diversa. Meglio chiarirebbe chi è quel Signore.
Che significa paziente zero? Niente, però lo diciamo, perché ci fa moderni, freschi, americani. Perché non importa un bel nulla la lezione classica italiana. Noi siamo diventati emulatori appannati di una società che osserviamo di riflesso (attraverso il cinema). Vorrei precisare che non ho pregiudizi, anzi amo Hemingway e Edgar Allan Poe e amo la cultura americana, ma proprio perché la amo non la scimmiotto.

Gianfranco Natale

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