Recensione di “Petite Romance” di Francesca Lami

L’ascesa alla storia del termine “terrorismo” ha inizio nel periodo della Rivoluzione Francese, con l’attribuzione dello stesso al periodo di governo dittatoriale e sanguinario dei giacobini guidati da Robespierre. Poi, nei secoli successivi, fu esteso ad ogni forma di violenza illegittima finalizzata ad incutere terrore nei membri di una collettività organizzata con l’intento di destabilizzarne o restaurarne l’ordine. Questo racconto breve di Francesca Lami “Petite Romance”, descrive benissimo l’atmosfera degli anni del terrorismo in Italia, quelli passati alla storia come “gli anni di piombo”, che costarono la vita a decine di vittime innocenti. Cio’ che e’ reso in modo efficace nel racconto è il contrasto sostanziale tra due modi di concepire la costruzione del proprio futuro: quello un po’ ristretto di una piccola borghesia tesa alla salvaguardia della stabilità della sua posizione, e quello di un certo proletariato “risvegliato”, aperto al bene della collettività e proiettato all’utopico raggiungimento della giustizia sociale. La protagonista di questo libro, infatti, è una ragazza francese (e forse non è un caso in quanto, come premesso, e’da li’ che nasce “il terrore”) venuta in Italia come ragazza alla pari e con il sogno nel cassetto di diventare una cantante d’opera. Proveniente da un ambiente borghese, ella fa parte di quella gioventu’ dedita, tra viaggi, concerti, musei e teatri, alla propria crescita culturale e tesa alla realizzazione dei piu bei sogni, sogni da disattendere ed abbandonare ad un certo punto della vita, a favore di un’esistenza piu’ conforme all’aria respirata fin dalla nascita.
Ma mentre la sua vita all’interno scorre gioiosa e spensierata, da fuori le giungono gli echi cupi degli atti sovversivi di un’ altra parte di gioventu’ di quegli anni, quella “risvegliata” che si arrogo’ volontariamente il compito di instaurare l’uguaglianza e la giustizia sociale attraverso la lotta armata, condannandosi a vivere il sacrificio della clandestinità. Ancora oggi ci sono opinioni discordanti circa l’uso della violenza e della lotta armata per conseguire obbiettivi politici, ma come non condividere in pieno le parole della protagonista di questo racconto, di fronte all’assassinio di Moro e della sua scorta: “Per me assassinio è e assassinio rimane”.
Oggi che le ideologie che hanno animato questi movimenti insurrezionalisti sono cadute, possiamo dire che, anche se lo scopo di questi giovani fu “nobile” e il loro sacrificio compiuto in buona fede, il mezzo di raggiungimento fu quanto di piu’ riprovevole e lontano dalla giustizia, perché non c’è obbiettivo politico che assolva dalla vigliacca violazione della quotidianità di persone innocenti, dall’omicidio, e dalla condanna alla disperazione dei familiari delle vittime. Le nostre città furono in quegli anni violate dal loro interno in modo irrimediabile, e quel che fa piu’ male che fu fatto in nome di verità a cui oggi non crede piu’ nessuno, perché purtroppo le ideologie passano ma le ferite restano.
Un bel libro per riflettere sulla nostra storia. Per tutti.

Ilaria Paradisi

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