Recensione “Le radici impossibili” di Alfredo Poloniato

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Le radici impossibili
di Alfredo Poloniato
ISBN: 978-88-9375-256-5
Formato: Rilegato
Genere: Narrativa
Collana: Kimera
Anno: 2017
Pagine: 294
Disponibile anche in formato e-book

Approfondimenti sull’autore e sul Libro.
8 settembre 1943, un convoglio militare diretto a Monfalcone arresta improvvisamente la sua corsa nella stazione di Cervignano. Matteo Spina, 36 anni, scende dal treno con gli altri commilitoni per capire il motivo di quella sosta non programmata. La notizia arriva dalla bocca di una donna e corre immediatamente tra i soldati: il generale Badoglio ha appena comunicato l’armistizio.
Gli uomini si sentono smarriti e abbandonati a sé stessi. Le uniche opzioni possibili sono il ritorno in caserma per consegnarsi spontaneamente ai tedeschi o la fuga verso la libertà, nel disperato tentativo di tornare a casa e ricongiungersi ai propri familiari. Matteo non ci pensa due volte, il pensiero già proiettato a casa, dalla moglie Lucia e il figlio Adriano.
Il viaggio di ritorno si prospetta difficile e pieno di pericoli: l’Istria è lontana, molte strade e centri abitati sono pattugliati dai tedeschi che danno la caccia ai disertori e ai Partigiani ribelli. Per fortuna si imbatte nel casale di Toni Colussi, il quale gli offre riparo, pasti caldi e un cambio d’abito.
Intanto a Cervignano, il solitario Bepo tira avanti come al solito con quello che la natura gli offre. È un uomo rude ma buono ed è anche un bravo boscaiolo e un abile intagliatore. L’unica persona con cui interagisce è Berta, una ragazza estroversa che sogna di scappare dal paese e da un padre ubriacone e violento.
Fintanto che la guerra era rimasta lontana dalle loro case, i due avevano trascorso molto tempo insieme a discorrere di natura, animali, terre e popoli lontani e pieni di fascino, creando una sorta di oasi pacifica e idilliaca che li isola dal resto del mondo bellicoso e terrificante. Ma la sera di quell’8 settembre, la loro bolla di serenità esplode. Tre ragazzini inseguiti dai tedeschi bussano alla capanna di Bepo per chiedergli aiuto e questo basta per sconvolgergli l’esistenza: il vecchio non ha nemmeno il tempo di prendere una decisione, che il rumore di un mezzo in avvicinamento spinge i tre a trascinarlo via dall’abitazione per metterlo in salvo. Infatti, benché Bepo non abbia fatto nulla, le impronte lasciate dai ragazzini davanti alla sua soglia fanno sì che egli venga automaticamente giudicato loro complice e la sua casa viene data alle fiamme.
La fuga dei tre riprende, ma Bepo si rifiuta di unirsi a loro e non sapendo dove altro andare, si dirige da Berta, la quale, senza esitare, gli propone di fuggire insieme verso San Lorenzo, dove abita una sua cugina.
Lungo il tragitto si imbattono in buoni samaritani che danno loro dei passaggi sulle carrozze per brevi tratti e ospitalità per la notte. Destino vuole che, facendo una sosta, i due raggiungano il casolare della famiglia Colussi, dove si è rifugiato Matteo e presso dove anch’essi trovano ospitalità.
Purtroppo lì si fermano anche alcuni militari tedeschi, proprio pochi giorni dopo che Berta si è allontanata da sola per andare in avanscoperta. Così, i due uomini sono costretti ad abbandonare il loro rifugio e rimettersi in marcia. Dapprima cercano di ricongiungersi a Berta, ma pare che la ragazza non sia mai arrivata a destinazione. Decidono quindi di raggiungere casa di Matteo in Istria e dopo svariate peripezie finalmente l’uomo può abbracciare la moglie e rivedere il figlio. Anche stavolta la felicità ha ben poca durata: stavolta sono i Partigiani a trascinare Matteo nuovamente in battaglia, lontano dai suoi cari.
Adriano, che ha solo 5 anni, è costretto nuovamente a veder sparire suo padre. Crescendo comincerà a incupirsi. Le sue decisioni lo porteranno sempre più lontano dalla sua terra, spingendolo fino a Trieste e poi a Parigi.
Quel legame con il padre interrotto in maniera tanto insensibile e crudele in una fase delicata della sua vita è forse il motivo della sua incapacità a instaurare un rapporto solido e duraturo con gli altri esseri umani e della sua impossibilità a mettere radici in un posto.

Con il romanzo “Le radici impossibili”, Alfredo Poloniato rende omaggio a un amico, morto suicida molto tempo fa, e le cui vicende reali sono in gran parte riprese e rivissute attraverso il personaggio di Adriano, un uomo dal carattere difficile, schivo e piuttosto insicuro, che ha collezionato diverse delusioni e non ama legarsi agli altri né fermarsi in un luogo troppo a lungo. La sua storia ha inizio durante uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, e si sviluppa parallelamente a quella di uomini e donne della Resistenza, militari feriti e disillusi, mogli in pena, vedove addolorate e altre figure le cui esistenze si intrecciano per volere della sorte.
Con uno stile semplice e fluido, l’autore ci trascina all’interno delle pagine e fa sì che il racconto diventi vivido davanti ai nostri occhi. I personaggi sono ben costruiti e convincenti, i dettagli storici e geografici vengono rappresentati in maniera realistica e accuratezza. L’ansia, l’angoscia e il terrore si fanno palpabili, soprattutto ogni volta che il nemico è pericolosamente vicino ai personaggi in fuga. I tedeschi fanno paura: sono eccessivamente curiosi, fanno domande su tutto, il loro aspetto austero e autoritario cozza con l’atteggiamento apparentemente rilassato e disinvolto che sfoggiano mentre scandagliano con lo sguardo case e proprietà, alla ricerca di qualunque traccia possa svelare la presenza di disertori o partigiani. Questi ultimi non sono meglio dei loro avversari. Se da un lato i Partigiani creavano una fitta rete di comunicazione per reperire informazioni, fornire aiuti e assistenza efficaci e immediati, dall’altro canto costringevano i compaesani a unirsi alla guerriglia contro i tedeschi e si dimostravano altrettanto spietati nei confronti di coloro che, non volendo aderire alla causa in nome della pace, venivano additati come filo tedeschi e traditori della patria.
“È meglio non farsi vedere in giro, soprattutto nei paesi più grossi, come Buie, perché dietro le facce che incontri, non sai mai se si nasconde un fascista o un comunista o un delatore degli uni o degli altri” dice infatti Lucia, dopo aver riabbracciato il marito. Da queste parole, si evince che la popolazione non nutriva alcuna fiducia né nei tedeschi né nei confronti dei compagni della resistenza, i quali avrebbero dovuto agire come dei santi liberatori, ma che invece spesso portavano altra violenza: “la guerra per noi deve ancora cominciare” e “con le buone o con le cattive tutti finiranno con lo stare dalla nostra parte” sono le eloquenti minacce che Mirco rivolge a Matteo per convincerlo a seguire lui e i compagni, senza mostrare alcuna comprensione verso un uomo che aveva appena riabbracciato i suoi cari dopo aver affrontato un lungo viaggio pieno di pericoli.
Ed è proprio il tragitto compiuto all’inizio da Matteo che offre al lettore i maggiori gli spunti di riflessione sui rapporti umani che nascono, crescano e mutano in tempi di guerra, sull’importanza dei legami di sangue e d’amicizia e l’inutilità e la brutalità di un conflitto che li spezza, spazzando via migliaia di vite con estrema semplicità e segnando per sempre quelle dei sopravvissuti. Attraverso la figura di Matteo viene esaltata la speranza, dalla quale egli trae la forza necessaria per affrontare gli svariati chilometri che lo separano dall’amata e dal figlio e spronare il suo compagno di sventure ad andare avanti.
Bepo, con il suo spirito indomabile e il suo fare pratico, rappresenta la semplicità e l’onestà che si scontrano con l’ottusità e l’ingiustizia di coloro che portano la guerra: i tedeschi incendiano la sua casa, il suo piccolo mondo tranquillo e perfetto, senza ch’egli abbia fatto qualcosa per meritarlo, lui che fino a quel momento non sapeva neanche cosa significasse “guerra” né sapeva chi fossero i tedeschi e i partigiani.
Quanta indelicatezza e mancanza di empatia, poi, nei suoi compaesani, che se già lo deridevano ed emarginavano per il suo stile di vita solitario, dopo quell’episodio lo abbandonano ulteriormente a sé stesso considerandolo causa del suo stesso male, pronti a giudicarlo colpevole di essersi attirato l’antipatia dei tedeschi senza conoscere i fatti e le loro dinamiche, stolti e vigliacchi che preferiscono lavarsi le mani e voltarsi dall’altra parte per deresponsabilizzarsi.
Eppure sono proprio gli emarginati a ridare dignità alla figura dell’essere umano: Berta, anch’ella giudicata pazza per la sua voglia di evadere e fantasticare, è l’unica a rischiare tutto per Bepo, conscia del fatto che “le loro solitudini si erano già incontrate molto tempo prima”.
Lo spostamento dei due dà modo all’autore di introdurre altri temi, come la provvidenza, la fratellanza e il soccorso offerti dai semplici contadini, l’angoscia delle mogli e dei familiari di coloro che vennero richiamati allearmi e che per mesi non poterono far avere loro notizie ai propri cari o che non tornarono mai più a casa, lo smarrimento di chi viene preso di mira e perseguitato anche solo per un sospetto, le difficoltà di chi tentava di sopravvivere da fuggiasco ed era costretto a rubare cibo o dormire in rifugi di fortuna.
Ad Adriano è affidato il compito principale di raccontarci i disagi e le difficoltà di un individuo al quale è stato negato un punto di riferimento fondamentale in una fase delicata della crescita e dello sviluppo emotivo. Un animo deluso, tradito dal mondo, insicuro e incompleto, che nella sua complessità cresce con l’incapacità di legarsi a qualcuno e l’impossibilità di mettere radici in un luogo che possa sentire come suo.


Alfredo Poloniato è nato il 17 maggio 1949 a Ruda, in provincia di Udine. Alla fine degli anni Sessanta si è trasferito a Trieste dove ha lavorato per trentasette anni presso la direzione di una compagnia assicurativa. Successivamente si è trasferito a Monfalcone, in provincia di Gorizia, dove tutt’ora risiede. La passione per la scrittura, presente fin dai tempi scolastici, si è concretizzata in diverse opere ma, tra queste, per il momento due sole sono state pubblicate: L’affidamento delle “palle al piede” ed Erik verrà con noi. La storia narrata in Le radici impossibili è in gran parte ispirata alle vicende realmente vissute da un suo amico, morto suicida molti anni fa.

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