Recensione “Nel buio del passato” di Alessandra Angelo-Comneno

Una storia che non può lasciarci indifferenti, quella raccontata da Alessandra Angelo-Comneno; al centro, un tema delicato che apre a un mondo sconosciuto ai più, fintantoché questo dramma non ci tocca personalmente: l’adozione. Una realtà fatta di bambini abbandonati, traumatizzati, sballottati fra affidi inadeguati e radici sconosciute.

Il “buio” del titolo è quello del “passato” di Sofia che conduce una vita serena e normale finché tutto si disintegra, sotto i colpi di una tragedia immane e non sa che ancora il peggio ha da venire.

Scoprirà, per caso fortuito, di non essere chi aveva sempre creduto, si sentirà catapultata in una realtà che le è estranea, sconosciuta, ignota, priva di punti di riferimento.

Dovrà scavare in questo buio del suo passato, indagare, porsi domande, per capire chi lei sia davvero, da dove venga, e perché si trovi dov’è adesso.

Dovrà combattere strenuamente contro la tentazione della rabbia, dell’ira e del pregiudizio nei confronti di chi non c’è più; correrà il rischio di macchiare il ricordo di chi non merita questo oblio, di vivere nel rancore di una vita “finta” e “costruita” su volere di altri, non il suo; dovrà sconfiggere il desiderio di cancellare trent’anni di esistenza.

Ma la nostra protagonista saprà anche perdonare, scoprirà il dovere delle valutazioni, necessarie in situazioni e circostanze che, talmente tragiche, rasentano l’inimmaginabile.

C’è il dolore, in questo testo, il ripiegarsi su di sé di un’anima ferita, ma c’è anche la rinascita, la luce della verità e il desiderio di rialzarsi. Si compie un vero e proprio viaggio di ricerca, nei meandri dell’identità umana.

Lo stile narrativo è intenso e variopinto, una serie di flashback ci permette di viaggiare nel tempo a ritroso verso la verità; il tutto si traduce in una storia che lascia il segno, fa riflettere, emozionare e provare una vasta gamma di sensazioni di empatia: tristezza, sollievo, sconvolgimento, vuoto, stupore, rassegnazione. Impossibile non immedesimarsi, dunque, fino a sentire questa “sorta di febbre interna che la divorava e che, lei ne era convinta, si sarebbe placata solo se fosse riuscita a ricostruire quel difficile puzzle della sua vita”.

Francesca

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