Storia di Enna

Storia di Enna

Le origini dell’insediamento di abitanti nel sito di Enna si perdono nella notte della preistoria. Insediamenti d’età neolitica, databili all’8000 a.C., sono venuti alla luce su un rilievo, il Cozzo Matrice, nei pressi del Lago di Pergusa, dove sorgeva un villaggio fortificato, le cui mura e i resti sono ancora fruibili, in cui spiccano un tempio più tardo dedicato alla dea Kore, e una interessante necropoli. Altri insediamenti neolitici, attorno al lago, testimoniano della presenza umana e dell’introduzione della coltivazione dell’ulivo che colora le colline della conca pergusina nonostante gli oltre 700 metri d’altitudine. I reperti sono custoditi nel Museo Archeologico Regionale di Enna e nel Museo Alessi di Enna.

 

I Sicani
Tracce di presenza dei Sicani fanno ritenere che sia stata utilizzata in virtù della sua particolare posizione, a oltre 900 m sul livello del mare nonché nel centro geografico della Sicilia, utile pertanto per l’avvistamento e la difesa. Nell’antica lingua sicana En-naan significava luogo ameno e forse questa è la motivazione del nome attribuito al sito. È teoria diffusa che proprio i Sicani, tredici secoli prima di Cristo, abbiano eretto, sullo sperone orientale del monte Enna, una roccaforte militare di grandissima importanza per quell’epoca remota della storia, che adattamenti e rifacimenti svevi nel Medioevo trasformarono nell’attuale simbolo architettonico della città, l’imponente Castello di Lombardia. Sembra proprio di origine sicana anche l’introduzione nella zona dell’agricoltura e del culto di una dea madre la cui identità si fonderà poi con la Demetra dei greci, nota appunto come Dea delle Messi. In suo onore fu eretto sulla Rocca di Cerere un grande Tempio pagano, descritto tra gli altri da Cicerone, che richiamava pellegrinaggi da tutto il mondo pagano.
L’avanzata dei Siculi da oriente rese ancora più importante l’esistenza del sito di Enna che riuscì a resistere e a stipulare un trattato di pace con gli invasori. In seguito le due popolazioni si fusero e integrarono; per circa cinque secoli, fino all’arrivo dei greci, Henna e le città circonvicine, Agyrio, Ergezio, Kentoripa, Enghion ed altre, formarono quasi una nazione ricca e fiorente che solo dopo parecchio tempo venne attratta nell’area di influenza greca. Soprattutto ad Henna l’elemento siculo mantenne una sua propria individualità.

Il periodo greco-romano
L’ellenizzazione della città è testimoniata dalla moneta battuta che è di tipo greco già nel V secolo a.C. La città, la polis, fu chiamata Henna dai greci; era conosciuta in tutta la Sicilia per il suo tempio con il culto di Cerere, per i greci Demetra: i pellegrini vi si recavano persino da Roma. Il periodo presenta alterne vicende in cui Henna fa parte delle poleis sottomesse a Siracusa, come nel 396 a.C. quando il tiranno Dionigi I la conquistò con l’inganno e altre, come nel il periodo di Timoleonte, in cui riacquistò la propria autonomia. Si mantenne tuttavia abbastanza indipendente e fiorente almeno fino al 307 a.C. quando cadde definitivamente sotto il dominio di Agatocle. Durante il regno di Gerone II le legioni romane riuscirono a sottomettere Henna dopo lunghe battaglie e un’orribile strage commessa da Lucio Pinario, uno dei generali del console Claudio Marcello, il conquistatore di Siracusa nel 212 a.C. La presa di Henna da parte dei Romani fu certamente una delle più ardue imprese che i soldati di Roma avessero mai condotto in Sicilia: essendo la città arroccata su un altipiano imprendibile, e difesa da una fortezza d’origine sicana, essi dovettero ricorrere alla rete fognaria per infiltrarsi fino in cima al monte e conquistare la roccaforte di Sicilia. Da tale esperienza i Romani nominarono Henna Urbs Inexpugnabilis. Cadde successivamente sotto l’influenza dei Cartaginesi. Dopo la conquista romana ottenne il titolo di municipalità libera e divenne fornitrice di risorse alimentari in virtù della fertilità del suo suolo definito il granaio di Sicilia, dovendo però pagare la decima dei prodotti agricoli a Roma. Tuttavia lo sfruttamento romano alimentò un sempre più grave malcontento finché nel 135 a.C. non scoppiò la sanguinosa Prima guerra servile. A capo della rivolta uno schiavo siro di nome Euno che si proclamò re e che fece battere moneta col nome di Basileus Antiocos e per ben tre anni tenne in scacco i romani, anche perché la rivolta, si era estesa a tutta l’isola. Furono commesse molte atrocità soprattutto verso le famiglie patrizie; la riconquista romana sottopose la città ad un duro regime vessatorio culminato poi nelle espoliazioni del pretore saccheggiatore Verre che provocarono anche la dura protesta di Cicerone con le sue Verrine.

Con la costituzione dell’impero romano Enna riottenne il suo titolo di municipalità e la conservò anche dopo la caduta di questo. Quando iniziarono le invasioni barbariche fu proprio la sua posizione elevata e inespugnabile a salvarla. Nel 535 cadde sotto il dominio dell’impero romano d’oriente riacquistando la sua importanza proprio come roccaforte militare bizantina.

Il periodo Bizantino e la conquista araba
Fino all’858 Enna rimase sotto i bizantini che vi trasferirono il comando militare e amministrativo data la sua importanza come città strategica. Quando gli arabi invasero la Sicilia, dopo la caduta di Palermo vi si asserragliarono le ultime forze di difesa bizantine. Gli assedianti si stanziarono a lungo sulla montagna di fronte, a Qualat-Shibeth (Calascibetta) e fu una delle ultime città a cadere e non perché espugnata. Il periodo arabo fu comunque quello della rifioritura; governata dall’emiro Kaid venne identificata come nuova capitale musulmana dell’Isola assumendo il nome di Qasr-yannih, che vuol dire castello di Enna.

La fiorente dominazione normanno-sveva
Non fu facile al conte Ruggero espugnare la città; gli occorsero ben quindici anni di assedio. Enna gli venne consegnata nel 1087 solo grazie ad un patto con il comandante saraceno, signore di Castrogiovanni e Girgenti, Ibn-Hamud. Il nome della città a questo punto viene convertito nella forma di Castrogiovanni e tale rimarrà fino all’epoca fascista. Il periodo normanno vede anche l’insediamento di colonie di lombardi e piemontesi a Castrogiovanni, ma anche a Nicosia, e Piazza Armerina. Ma, mentre le varie città vennero assegnate come feudi ai cavalieri e alle diocesi, Castrogiovanni rimase città demaniale divenendo importante centro culturale e politico del regno Normanno. Nel 1130 Ruggero II fece restaurare l’antica fortezza sicana oggi nota come il Castello di Lombardia.

Federico II re di Sicilia e del Sacro Romano Impero, tra il 1200 e il 1240 vi fece costruire la Torre ottagonale, operando modifiche all’Antico Castello. Dopo la breve parentesi angioina, culminata nei Vespri siciliani (1282), e l’avvento degli aragonesi si riaprì la parentesi felice per Enna. Federico III d’Aragona stabilì a Enna la sua residenza estiva; vi ricevette il titolo di Re di Trinacria nel 1314 e vi convocò il Parlamento siciliano nel 1324. Con Federico III e la moglie Eleonora vi furono importanti restauri e l’edificazione del Duomo.

La città sotto il dominio spagnolo
I privilegi di città demaniale di Castrogiovanni decaddero quando nel 1409 la Sicilia si trasformò in un vicereame spagnolo e pian piano anche l’importanza della città si ridusse. Gli spagnoli erano interessati solo allo sfruttamento delle ricchezze del suolo e della produzione agricola.
Nel 1713 il trattato di Utrecht assegnò la Sicilia al Duca Vittorio Amedeo di Savoia ma questi dopo poco la barattò con la Sardegna consegnandola alla monarchia austriaca.

I secoli bui dell’era borbonica
La dominazione austriaca durò poco; nel 1738 il trattato di Vienna assegnò la Sicilia a Carlo III di Borbone, ma neanche questo nuovo cambiamento arrecò beneficio alla città, che i borboni penalizzarono pesantemente, favorendo al contrario il ripopolamento delle campagne circostanti, con il chiaro intento di sfruttare solamente le potenzialità agricole del circondario.

I Borboni favorirono politicamente il comprensorio nisseno, alla cui provincia aggregarono anche il territorio di Enna, che così rimase sino all’epoca fascista.

Dall’unità d’Italia all’erezione a capoluogo di provincia
L’allora Castrogiovanni, contava già 15.000 abitanti ed essendo uno dei centri più popolosi dell’entroterra siciliano, fu attivamente coinvolta nell’impresa dei mille contribuendo all’unificazione dell’Italia.

L’eroe dei due mondi, Giuseppe Garibaldi, passò da Castrogiovanni nel 1861, e parlò al suo popolo, dal Palazzo Varisano, oggi sede del Museo Archeologico Regionale di Enna, di fronte al Duomo della città. Il discorso che Garibaldi tenne è celebre per via del motto O Roma o la morte! con cui incitò gli ennesi ad unirsi alla sua spedizione.

Nella seconda metà dell’Ottocento, Castrogiovanni trovandosi al centro di un territorio ricchissimo di zolfo, con le sue miniere alimentò per quasi un secolo il mercato internazionale. In realtà le solfare erano dei veri campi di lavori forzati anche per giovanissimi solfatari, spesso non ancora adolescenti, venduti dalle famiglie più povere per estrarre il minerale giallastro. Vennero a tale scopo approntate numerose linee ferrate minerarie sui cui vagoni veniva caricato. L’attività mineraria andrà sempre più riducendosi fino al secondo dopoguerra, rimanendo tuttavia sempre ricchezza e piaga per la città di Enna.

Il nuovo secolo vede la intensa attività politica e parlamentare del grande ennese Napoleone Colajanni, e il lustro letterario dei racconti di Nino Savarese, che suonarono come un segno di riscatto per la poco considerata e povera Castrogiovanni.

Con l’avvento del fascismo vi furono sommosse nella città, finché il 6 dicembre 1926 non fu proprio il Duce Benito Mussolini a scegliere Castrogiovanni come capoluogo di una nuova provincia, a dispetto delle vicine Piazza Armerina e Caltagirone, all’epoca più popolose di Enna. In tale occasione, nel 1927, le fu restituito l’antico nome legato all’epoca storica greco-romana.

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