Il teatro a due facce

E’ sempre un piacere leggere libri per bambini soprattutto quando sono semplici ed intelligenti come questo, scritto da Marta Nicolussi ed edito dalla Kimerik. Speriamo che l’autrice non abbandoni la sua penna, ma soprattutto non abbandoni i bambini. Loro sono il nostro futuro. Con piacere ho intervistato l’autrice di questo libricino meraviglioso di grande lezione per grandi e piccoli.

Com’è nato e dov’è nato Il teatro a due facce? Di “professione” credo di essere stata da sempre un’osservatrice appassionata.  Mi piace molto osservare il mondo che mi circonda, le persone e in particolare il loro stato d’animo, istintivamente mi metterei al loro posto, osservando attentamente il loro modo di fare e immaginando la loro vita. L’idea de Il teatro a due facce mi è balenata in testa all’improvviso, più come un’impressione, o meglio come risposta a una forte emozione, proprio mentre parlavo a tu per tu con una cara amica.

“ …. Sì d’accordo, stiamo parlando ma, ci stiamo ascoltando? ”

“ C’è dialogo tra noi, oppure, ognuna parla per sé?”

“ Ma allora la realtà, il mondo in cui viviamo, ha forse due facce?”

Tradotto in altre parole, poche volte riusciamo a ottenere un dialogo aperto e diretto con le persone, spesso preferiamo frapporre una parete leggera, che ci impedisce di vedere e di ascoltare. Ognuno di noi così, pur stando di fronte all’altro, vede e sente solo se stesso, mentre non si accorge e non dà valore alla ricchezza di cui l’altro dispone. Da qui è nata l’intuizione, tradotta immediatamente in un’ immagine mentale, dettagliata ed eloquente, dove trasferire e visualizzare, in una situazione concreta, lo stato d’animo di chi si trova davanti a una realtà inaspettata, che porta smarrimento. Il teatro a due facce diventa una scena esterna a noi, e trasforma i sentimenti negativi in una situazione comico-grottesca, ironica e giocosa.

Il titolo è il fulcro del libro, una trama un po’ insolita, ci racconti il contenuto. Il racconto inizia con la descrizione molto semplice e realistica della vita di una famiglia con tre figli: una domenica pomeriggio al teatro, grandi e piccoli insieme, per divertirsi e nello stesso tempo imparare qualcosa di nuovo. Già, perché nel titolo strano della commedia, c’è qualcosa che incuriosisce, qualcosa da scoprire, anche se nessuno vuole ammetterlo e finge assoluta indifferenza e tranquillità. Il titolo dello spettacolo teatrale in realtà sottende un doppio significato, nascosto e indefinito, che rosicchia dal fondo le certezze e le sicurezze consolidate nel mondo degli adulti: al teatro si va per assistere alla recita messa in scena davanti a un  pubblico, che deve stare comodo  e seduto al proprio posto senza scomporsi. Le due facce del teatro compaiono in forma insolita, incomprensibile, sembrano piuttosto un malfunzionamento del sipario o un brutto scherzo, da scoprire e risolvere al più presto. L’inghippo diventa per gli adulti un fatto irritante e inaccettabile, perché l’adulto ha fretta, è convinto di sapere tutto e per di più, di fronte ai bambini vuole dimostrarsi tale, non ammette l’inganno, la provocazione, l’imprevisto… una pedina fuori posto, lo innervosisce. La stessa situazione strana e imprevista diventa per i più piccoli e per i ragazzini la molla per una nuova avventura in cui muoversi e divertirsi. Dopo aver attentamente e timidamente considerato il rischio di derogare all’ordine di stare fermi, spontaneamente i bambini lasciano traboccare la forza travolgente della fantasia, della curiosità e dell’energia che li spinge a superare ogni ostacolo, per scoprire la gioia della vita, che in loro è naturalmente presente. Da questo contrasto si alimenta la trama del libro, che si intreccia con giochi, scherzi, scene pirandelliane, che alla fine mettono a nudo ogni certezza, perché la persona impari a capire e apprezzare le proprie capacità e risorse nascoste.

A mio avviso il messaggio è forte e chiaro i bambini vedono dove gli adulti oramai risultano ciechi. Secondo lei come si potrebbe risolvere il problema? Sì, i bambini vedono dove gli adulti sono ciechi. Soluzione del problema: accorgersi, essere consapevoli e capire che spesso siamo ciechi, perché non riusciamo più a vedere la vita come mistero e sorpresa continua. Siamo convinti di poter conoscere e capire tutto ciò che ci sta attorno, secondo il nostro punto di vista: ma ci accorgiamo solo a sprazzi, che questo non è sufficiente, non ci dà pace, anzi ci disorienta e ci spaventa. Viviamo nel terrore che ci capiti qualcosa di brutto, a cui non sappiamo far fronte.  Impariamo a guardare il mondo con gli occhi dei bambini, per i quali tutto è meraviglia.

Lei che ha dedicato un libro ai bambini pensa che il mondo che gli stiamo offrendo sia fatto per loro? Il mondo fatto per i bambini? Ribadisco: saper guardare con gli occhi dei bambini, non è essere ingenuo, far finta di non capire. E’ conoscere, soffrire per affrontare i problemi, preparando un bagaglio di sicurezza e di serenità nel cuore, perché nulla possa toglierci la speranza. Ai ragazzi non va offerto il mondo così, nella sua crudezza, ma va fatto conoscere a piccoli passi, accompagnarli con la fiducia e la speranza nel futuro, per non restare schiacciati e inerti.

I bambini sono la nostra eredità, il nostro futuro, secondo lei, li stiamo educando  in maniera consona? I bambini imparano da noi adulti, da noi genitori. Non tanto dalle parole, dai discorsi, dall’elenco di regole che dettiamo alla mattina, prima di andare al lavoro. Quelli sono solo dettagli tecnici, compiti da eseguire; educare vuol dire offrire l’opportunità di imparare a vivere, e questo si ottiene solo compiendo gesti di amore e sapendo ascoltare con pazienza e generosità.

Ha scritto, prima di questo, altri libri su argomenti differenti, ce ne parli un po’. Riconosco ora, a distanza di tempo, un filo conduttore comune ai libri che ho scritto. Sono due storie di personaggi significativi. Nel primo un uomo di mezza età, padre di famiglia, avviato professionista, si interroga e sull’orlo del perdere se stesso, recupera l’importanza concreta, reale e tangibile dell’Amore, che lega dentro l’individuo, lo lega alla famiglia, lo lega alla storia e ha la forza di farlo rinascere come uomo nuovo, dandogli  la spinta per ricominciare. Nel secondo libro racconto la storia vera di una giovane studentessa, venuta da sola dal Bangladesh in Italia per realizzare un unico grande sogno: poter studiare, ottenere un diploma e arrivare all’università. Un percorso normale, quasi scontato nel nostro paese, per lei quasi impossibile e irraggiungibile. La volontà, la determinazione, il desiderio di vincere la sfida, la spingono a realizzarsi negli studi, capire, allargare le conoscenze, unica strada da percorrere per essere libera da condizionamenti imposti, abitudini legate a tradizioni arcaiche. Per entrambe le storie potrebbe valere il proverbio: “Chi la dura, la vince! “, che sta diventando sempre più il motto della mia vita personale.

Ha già in progetto un altro libro? Penso di scrivere ancora su questo filone, restando sempre vicino alla realtà di tutti i giorni, facendo risaltare con convinzione il pensiero che da tempo mi accompagna. “ Forza e Coraggio, sapendo che La Forza viene dall’Alto e il Coraggio viene da dentro.” Alla fine, sempre un messaggio di grande speranza!

 

Anna Pizzini

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