Trattativa stato-mafia e i palazzi del potere

Abbiamo dei servitori dello Stato (Falcone, Borsellino, Morvillo, Donne e Uomini della scorta) che sono stati trucidati.
Abbiamo dei mafiosi che agli inizi degli anni 90 hanno sparso bombe e morte. La Mafia è una cosa seria, se decide di fare male uccide. Questo era il messaggio che doveva essere letto. La comunicazione di uomini abituati a uccidere non avviene tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.
Le missive della mafia sanno di polvere pirica e fumo.
Non vi stupite, questo è il loro codice.
Qualcuno dice che la trattativa non c’è stata. Rileggiamo la storia:
La serie stragista si aprì con la strage di Capaci (23 maggio 1992) e la strage di via d’Amelio (19 luglio 1992), in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Seguirono: la strage di via dei Georgofili a Firenze, la bomba al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, i due attentati a Roma (a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio al Velabro).
Nello stesso periodo avvennero omicidi celebri come quello di Salvo Lima (1992) e don Pino Puglisi (1993). Rientra nella stagione degli attentati anche il tentato omicidio del conduttore Maurizio Costanzo il 14 maggio 1993, quando un’autobomba carica di 90 kg di tritolo esplose in via Ruggero Fauro (vicino al teatro Parioli) ma dopo il passaggio delle due autovetture dell’uomo e delle sue guardie nel corpo; l’esplosione non causò vittime ma pare essere stata architettata per questo: spaventare Costanzo, che all’epoca del tentato omicidio si occupava di programmi televisivi contro la criminalità organizzata invitando personaggi di spicco nella lotta alla mafia.
Egli difatti non trattò più quegli argomenti dopo il fatto, riprendendo a parlarne solo nel 2005.
Il 31 ottobre 1993, in occasione di una gara casalinga della Lazio, lo Stadio Olimpico di Roma venne scelto come obiettivo di un fallito attentato terroristico per mezzo di un’autobomba con lo scopo di far saltare i furgoni dei Carabinieri in servizio. L’attentato fallì per il malfunzionamento del dispositivo elettronico.

Come vedete la sequenza è spaventosa, la mafia non è che va in giro a fare attentati per un oscuro piacere violento. Se fa attentati è per dire: sono capace di colpirti ovunque. Posso anche abbattere la Torre di Pisa (so che sembra incredibile, ma Riina stava progettando di radere al suolo la Torre più famosa del mondo).
Ricapitoliamo: il tentativo di trattativa c’è stata. E’ acclarato dagli eventi.
Il dialogo c’è stato?  Intendo: la mafia ha “detto” allo Stato: voglio parlare con te e guai se non mi rispondi.
Lo Stato italiano che ha fatto? Purtroppo ha risposto, purtroppo pare abbia intavolato una trattativa. Che cosa triste e drammatica.
Io qui non mi voglio soffermare su questi aspetti: fiumi d’inchiostro scorrono.
Vorrei parlare dei silenzi italiani.
Tutto avviene con una lentezza inesorabile. Ma non c’è un problema di informazione? Perché le notizie arrivano dopo 20 anni? Cosa si deve fare per avere  un’informazione adeguata?
Il problema che sto analizzando non riguarda la trattativa tra Stato e Mafia ma la relazione che intercorre tra le informazioni e le grandi verità.
Ustica, Piazza Fontana, Falcone e Borsellino e a seguire un elenco lunghissimo di verità mai raccontate per intero. Certamente qualcuno che ci racconta le cose così come stanno c’è, ma è una parte marginale. I grandi media ci raccontano le cose solo dopo che non possono più fare male al potente di turno.  Ecco il mio inutile amaro sfogo. La verità per essere tale deve essere racontata quando accade.
Qualcuno sapeva, qualcuno ha fatto finta di indicare i soliti mafiosi nascondendo a tutti noi che la mafia vera è dentro i palazzi del potere.

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