Ulisse di Umberto Saba

Ulisse

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

SABA: “ULISSE”

Inquadrare in un profilo storico della poesia del novecento la produzione di Umberto Saba (1883-1957) è alquanto difficile: sia perché si tratta di un’attività che copre mezzo secolo, sia perché dalle correnti dominanti egli si mantenne sempre estraneo. In effetti Umberto Saba cominciò a scrivere in un periodo in cui imperavano dannunzianesimo e Futurismo, ma non si lasciò mai tentare dalle mode e dai miti letterari, rimanendo sempre legato ad una concezione molto personale della poesia. Saba faceva della semplicità l’idea portante non solo formale, ma anche ideologica della sua poetica, che si fonda sulla celebrazione del quotidiano sull’adozione di un linguaggio dimesso: “parole senza storia”. L’adozione dello pseudonimo, da Poli in Saba, diviene simbolo di questa tensione verso la semplicità (“saba” in ebraico vuol dire pane).

Ma se è vero che i crepuscolari avevano già adottato questo tipo di linguaggio, ora, con Saba muta la prospettiva: il linguaggio degli “umili” non è un mero strumento di avversione al dannunzianesimo, ma l’unico modo di fare “poesia onesta” come ebbe modo egli stesso di dichiarare.
Per dar voce al suo mondo Saba ricerca la “parola” scegliendola non per il suo potenziale suggestivo (D’Annunzio) , né per il suo potere associativo (ermetici), ma per la sua pregnanza semantica, cioè per la sua concretezza.
La poesia “Ulisse” è tratta dalla raccolta “Mediterranee” (1946), Saba ripropone il mito di Ulisse, sullo sfondo di antichi incanti marini, associando il suo “viaggio” a quello dell’eroe omerico.
Tema centrale è la ricerca, continua e perenne non dell’approdo (“il porto accende ad altri i suoi lumi”), ma della “verità”. Il mare diventa il suo regno e qui egli scopre l’intramontabile amore per la vita.
Il mito di Ulisse assume, dunque, in questa poesia le caratteristiche tradizionali, tributate dalla tradizione letteraria (dall’Ulisse di Dante per giungere a quello di Joyce): l’eroe omerico rappresenta l’inquietudine morale e filosofica dell’uomo alla perenne ricerca del senso della vita e parimenti rappresenta la curiosità che spinge gli uomini verso nuove frontiere.
Il metro usato è l’endecasillabo sciolto. Per quanto riguarda il livello metrico, appaiono numerosi gli enjambement che hanno un compito ben preciso; creando la pausa, evidenziano, di volta in volta, il valore di alcuni termini e avvicinano il punto di vista del lettore. Così al verbo “ho navigato” segue “lungo le coste dalmate”, proprio per evidenziare il particolare geografico; al verso 6, l’imprecisato “alta”, diviene “marea” nel v. 7 (in una dimensione crescente, quasi come una zoomata che avvicina il lettore); le “vele” che prima apparivano distanti, nel verso successivo appaiono improvvisamente “sottovento”.
Ricordiamo che la poesia “Ulisse” fu poi inserita nell’edizione del “Canzoniere” del 1948, ed è proprio questa la lirica che chiude la raccolta, quasi come un testamento poetico e morale.
Dunque, una poesia della maturità e in effetti i mezzi espressivi sono ormai affinati e Saba usa sapientemente l’ipotassi. Questi periodi complessi (“Isolotti a fior d’onda…” risulta essere la proposizione principale di un periodo lunghissimo che si sviluppa dal secondo fino al v.6), confermano una visione del mondo dolorosa (“il mio regno è quella terra di nessuno”). Frequenti sono anche le inversioni dell’ordine normale del discorso ad esempio l’anastrofe del secondo verso “Isolotti… emergevano” o l’iperbato dell’ultimo verso: “della vita il doloroso amore”, che conferiscono maggiore solennità ai concetti espressi.
Dentro quest’ultimo iperbato, si scorge anche l’ossimoro “doloroso amore”, che racchiude la poetica complessiva del Saba: vi è in lui una totale accettazione, una coesistenza della giovanile voce del sogno e dell’accorata voce dell’esperienza. Rimane, cioè, l’amore per la vita, anche se adesso è divenuto “doloroso”.

Gianfranco Natale

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