Verso il tramonto, un libro di Antonio Maggio

La poesia è il salvagente / cui mi aggrappo / quando tutto sembra svanire./ quando il mio cuore gronda/ per lo strazio delle parole che feriscono, dei silenzi che trascinano verso il precipizio./ quando sono diventato così impenetrabile/ che neanche l’aria/ riesce a passare.

(Khalil Gibran)

In questi versi del poeta Khalil Gibran c’è in nuce il senso del libro che abbiamo il piacere di presentare. Verso il Tramonto di Antonio Maggio è un condensato di sentimenti allo stato puro. Cento pagine. Ventisei poesie. Rinchiudono una vita intera vissuta. Con le emozioni, le paure, i dolori, le incertezze, le gioie, che si rincorrono l’un l’altro, ma in cui regna sovrano l’amore per la propria terra e i propri affetti. Un amore viscerale partorito dal centro della propria anima con vere doglie di parto. E il tempo che inesorabile scorre, tutto consuma e non concede deroghe.

Il tempo assume una connotazione spirituale. Nei versi ritornano spesso parole come tempo, passato e futuro. Salta fuori una intrinseca filosofia del tempo ottemperata sia nel suo aspetto oggettivo di durata fisica misurabile e misurata, sia in quello soggettivo di durata ed estensione dell’anima. Una concezione quasi aristotelica in cui l’esistenza del tempo risulta impossibile senza quella dell’anima. Tuttavia in Maggio la nozione di “tempo” assume anche un parallelo con Leopardi. Se nel poeta di Recanati la Natura è la Madre-Matrigna in cui l’uomo è la vittima per eccellenza della natura (che nulla risparmia e che tutto divora), in Maggio è il Tempo, Kronos, il Padre-Patrigno che si accanisce sull’essere che nulla può se non subirlo passivamente.

Un vibrante pensiero di accettazione esistenziale percorre i versi. Vibrante perché non è tuttavia un annegarsi nell’abbandono senza via d’uscita. Ma è contemporaneamente percorso da un analogo senso di pienezza della vita, di desideri, di gioie, speranze e anche incognite e paure. Forse anche illusioni che cedono il passo alla cruda consapevolezza della realtà. Un viaggio introspettivo prima che reale, in cui si snoda il percorso che lo allontana dalla sua terra. Nel 1976 il poeta emigra in Canada. E tutto questo accade in autunno, stagione simbolica prima ancora che reale.

Leggiamo a pag. 55 le parole chiave: famiglia, tempi insicuri, un mondo nuovo, un futuro che vacilla. Come dicevo, esiste un invisibile fil rouge tra l’autunno e la nuova vita in un paese straniero. L’autunno è la stagione che segue immediatamente l’estate, che possiamo paragonare alla giovinezza del poeta, vissuta nella sua casa, nella sua terra, nei suoi affetti più cari e vicini. Ma la vita è fatta di cicli. Momenti di trasformazione che tutti attraversiamo nel cammino della vita. L’autunno simboleggia da sempre l’inizio della piena maturità e dell’inizio dell’invecchiamento, del declino. Ma l’autunno non è soltanto questo. Come nella primavera rinchiude in sé il delicato equilibrio dell’Equinozio, in cui entrano in gioco forze contrapposte e complementari che regolano la vita del Cosmo. Forze che sono ora unite allo scopo di realizzare il proprio destino. Così la nuova vita in un paese straniero è insieme un delicato connubio tra ciò che il poeta ha lasciato dietro sé e ciò che trova ora sul suo cammino.

Verso dopo verso, Maggio scandaglia il suo destino e pone le basi della nuova esistenza. Non senza fatiche o rimpianti. È l’eterno canto dell’emigrato che da sempre risuona in ogni epoca. È l’amore viscerale per la propria terra, i propri affetti, le proprie radici. E tra queste si fa spazio il dubbio. Quasi una vorticosa vertigine fatta di incertezze. In cui ogni cosa che si tenta di costruire sembra affondare in un manto d’argilla. Eppure, è un dubbio che si fa quasi mezzo per sgombrare la strada da tutti i pregiudizi che impediscono di cogliere la vera realtà. Come una pianta trapiantata in un altro vaso che solo in apparenza si presenta sradicata delle proprie radici. Perché nella nuova terra ne metterà di più forti, perché saranno radici capaci di fare da ponte tra due vite distanti nello spazio e nel tempo.

Il poeta usa un linguaggio semplice e scorrevole per veicolare la realizzazione profonda di una realtà, che non può essere sintetizzata in una mera scrittura atta a dimostrare solo l’incertezza, l’assenza di un senso definito, la sospensione. Maggio è alla perenne ricerca di conferme per i propri dubbi e spaziando dalla propria interiorità alle proprie vicende biografiche. Ed è proprio nel racconto esistenziale che cerca di aggrapparsi alle certezze di sempre. Certezze che osserva e ci fa osservare senza allusioni né giri di parole. Bensì mettendo in gioco sé stesso e la sua vita vissuta. Come in uno specchio Maggio si autoriflette, invitando il lettore a fare lo stesso. Ne scaturisce un immagine al singolare che pure ingloba un profondo messaggio religioso, morale e sociale.

E’ questo l’humus strutturale che dà vita e cementifica il tutto. Che da senso al sentire, alla catarsi razionale, alle stesse contraddizioni, al passato, al tempo stesso nel suo intrinseco fluire. Al lettore offre gli strumenti necessari per cogliere le diverse sfumature nell’immagine riflessa nell’autocoscienza che ciascuno ha del proprio vissuto. Perché i valori, i ricordi del poeta, seppur biografici, si legano all’origine stessa di un sentire che si fa universale.

Un altro aspetto che occorre evidenziare è la mutazione. Abbiamo, infatti, tre diversi stadi: il poeta bambino nella casa paterna; il poeta emigrante; il poeta adulto e consapevole. Un passaggio da uno status all’altro che implica e si compie esclusivamente con un parallelo dell’Io, in cui ogni stadio contiene in sé i germi del successivo e viceversa. Perché la storia che Maggio ci racconta nei suoi versi è una storia che si snoda su una corsia a doppio senso: dal bambino all’adulto e viceversa, in questa circolarità di mutazioni la sostanza rimare tuttavia invariata, immune dagli accadimenti. Il sostrato che rimane e unifica il tutto, li nucleo stabile che permane in ogni essere, pur attraverso le varie trasformazioni.

Le poesie sono suddivise in una sorta di paragrafi, quasi dei caselli autostradali al cui sportello si fa il resoconto del percorso appena compiuto. E così abbiamo il primo tratto senza un incipit specifico, ma cui io do il nome della prima poesia, Il Viaggio, per passare poi a Fino alla fine… è tutto amore!!!, E’ tempo di cambiare percorso…, per concludersi con La mia ispirazione è parte della mia spiritualità il mio amore, il mio essere umano nella forma di messaggio poetico. C’è quasi una consapevolezza che matura man mano che si va avanti. E che il poeta costruisce mettendo un tassello dietro l’altro, senza dimenticare il proprio passato, con occhio vigile al presente per porre le basi del futuro della sua famiglia.

Il poeta, tuttavia, non si cristallizza solo nei mutamenti che hanno interessato la propria vita. Maggio si fa attento osservatore degli accadimenti della società che lo circonda. Lo fa con occhio clinico per cercarne le cause e dare risposte ai tanti drammatici perché senza risposta. Tra queste Annus Domini MMXV, con l’elezione di Papa Francesco che definisce “un pastore di altri tempi/vicino a quel San Francesco” emblematici i versi “Lui cerca di salvare la barca/che affonda con ogni onda/che batte contro di essa/piena di contraddizioni e duplicità”. E ancora l’altra faccia del progresso in L’umanità verso il Robot con lavoratori soppiantati dalle macchine secondo la ferrea legge del progresso che assume sfumature apocalittiche. Come un filosofo Maggio s’interroga e lo scopriamo a pag. 78, dove non trova risposte per i bombardamenti in Siria e Iraq, i milioni di profughi nei viaggi della speranza e amaramente si chiede: Ci deve essere un minimo denominatore umano/è l’umanità valida per tutte le persone?/O è solo per noi dell’Ovest/e non per quelli dell’Est?/E’ possibile che noi siamo più umani di loro?

Infine vorrei concludere con Il primo giorno d’estate, in cui ritornano le simbologie legate alle stagioni che s’intrecciano con i momenti salienti della sua vita. E’ forse la più bella in questo viaggio condotto dal poeta. Perché unisce indissolubilmente passato e presente in unicum senza sfumature e in cui tutto si colora di una luce nuova. Forte del suo essere precedente. C’è la natura che si mostra nella sua bellezza e che è tale in Sicilia così come in Canada. E il ritrovare le proprie radici nelle nuove radici che ora scopre hanno dato frutto. Radici che come un testimone passerà alla nuove generazioni. Ai suoi nipoti. Al suo sangue. 

Francesca Romeo

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