Bufalino, uno scrittore siciliano e la sua terra “Babba”

La letteratura fornisce numerosi esempi di autori dai cui scritti emerge un forte attaccamento per il paese natio o per quello in cui si è scelto di stabilire fissa dimora. Una certa atmosfera, un particolare modo di esprimersi o di porsi di fronte alla realtà scaturiscono naturaliter dall’aver assorbito, magari inconsciamente, gli umori della propria terra.

La tradizione letteraria siciliana, che da sempre dà un fondamentale contributo alla letteratura della penisola, vanta una lunga serie di scrittori fortemente connotati in senso regionale, a partire da Verga, Capuana, passando per Pirandello, Brancati, Tomasi di Lampedusa, Vittorini, Sciascia, fino a Consolo e Camilleri, per citare due autori tuttora viventi.

Ha tutte le carte in regola per essere annoverato “in cotanto senno” Gesualdo Bufalino, scrittore siciliano scomparso nel 1996, venuto alla ribalta, all’età di sessant’anni, dopo la pubblicazione del suo primo romanzo, Diceria dell’untore, che gli valse il Premio Campiello 1981. Nella sua poliedrica produzione letteraria, che conta opere di narrativa, saggistica, poesia, traduzioni specie dal francese, si possono riscontrare infatti tematiche, sentimenti, atmosfere, valori sociali, peculiarità tali da farlo entrare di diritto nella schiera degli autori conterranei caratterizzati da quella specificità del sentire definita da Leonardo Sciascia “sicilitudine”. Tutti i suoi scritti sono permeati da un forte senso di appartenenza alla realtà isolana e soprattutto a quel “triangolino di Sicilia”, la provincia di Ragusa, e ancor più a Comiso, il paese natale in cui lo scrittore è vissuto fino alla fine dei suoi giorni. Non si pensi però a prodotti letterari che sanno di stantio, frutto di un ripiegamento nostalgico e di gusto provinciale. «Al contrario […]. Conformemente alla migliore tradizione degli scrittori siciliani, in Bufalino convivono un’inequivocabile identità isolana […] e un forte respiro cosmopolitico, un bisogno assai radicato di dialogare, appropriandosene, con le linee principali della cultura europea»1. Uomo che ha dedicato pressoché tutta l’esistenza alle lettere, al piacere per il sapere, che ha letto tous le livres nel chiuso del suo studio-biblioteca, Bufalino dimostra la sua “sicilianità” anche per quest’esigenza, che lo accomuna ai più grandi scrittori dell’isola, di allargare i propri orizzonti culturali e di confrontarsi con altre civiltà letterarie, senza rinchiudersi in una compiaciuta contemplazione del proprio mondo isolano o in una sterile lamentazione dei propri mali. Una cultura a trecentosessanta gradi, la sua, che non si limita all’universo letterario, antico e moderno, italiano e straniero, ma spazia anche in quello musicale, cinematografico, delle arti figurative, e che costituisce l’ossatura di ogni sua pagina.

L’amore dell’autore per la sua terra d’origine è espresso soprattutto, ma non solo, negli scritti che corrono sul filo della memoria, per la quale Bufalino nutre un vero e proprio culto proustiano. Commenti a libri fotografici dedicati all’isola, testi incentrati sul suo paese d’infanzia, volumi antologici, interventi di argomento siciliano inclusi in opere miscellanee, raccolte di saggi ed elzeviri riguardanti la Sicilia e i siciliani: sono questi gli scritti racchiusi nel neologismo bufaliniano “sicilianerie”. Ma anche le sue opere narrative, poetiche ed aforistiche pullulano di paesaggi, personaggi, atmosfere ed espressioni isolane. Fare della Sicilia l’oggetto della propria scrittura è, secondo lo stesso Bufalino, una sorta di conditio sine qua non per ogni autore dell’isola:

Impossibile per uno scrittore siciliano non scrivere della Sicilia: della sua gente, dei luoghi, della storia, dei vizi, delle virtù… Di qualunque argomento ragioni, anche il più eccentrico, il siciliano ragiona in effetti sempre della Sicilia, e di sé dentro la Sicilia, e della Sicilia dentro di sé. Esplicitamente o copertamente; ripetendosi o correggendosi o contraddicendosi… in un perpetuo processo d’approssimazione a una nebulosa che fugge.2

 

       Definire ed inserire in uno schema rigido le caratteristiche antropologico-culturali di un popolo risulta sempre un’operazione ardua ed arbitraria. Ciò è ancor più vero per una regione come la Sicilia. «Una terra […] difficile da capire»3, la definiva Sciascia. Posta al centro del Mediterraneo, è stata un crocevia attraversato da più razze e culture diversissime tra loro, le cui tracce son rimaste sparse un po’ dovunque, ma soprattutto nella psicologia stessa degli abitanti. Da questa situazione estremamente composita discende quel concetto di Sicilia “plurale” divenuto in Bufalino un topos letterario ricorrente di fondamentale importanza per comprendere le mille facce dell’isola:

[…] le Sicilie sono tante, non finirò di contarle. Vi è la Sicilia verde del carrubo, quella bianca delle saline, quella gialla dello zolfo, quella bionda del miele, quella purpurea della lava.

Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell’angoscia della roba, una che recita la vita come il copione di carnevale […]4

 

       La consapevolezza di tale “eccesso di identità” non fa che costituire per gli abitanti isolani  un’ulteriore  fonte  di  sentimenti  ambigui: da  un  lato vi è  l’orgoglio  di  sentirsi  in

qualche modo privilegiati per esser stati collocati dalla sorte in una terra per così dire “al centro dell’universo”; dall’altro essi avvertono però la difficoltà di riuscire a individuare, entro un simile esorbitante carico di destino, la propria direzione

1N. Zago, Bufalino, fedeltà e letteratura, in G. Bufalino, Essere o Riessere. Conversazione con Gesualdo Bufalino, a cura di P. Gaglianone e L. Tas, Roma, Omicron, 1996, pp. 58-59.

2 G. Bufalino, Pre-testo, in Il fiele ibleo, Cava dei Tirreni, Avagliano, 1996, p.7.

3 L. Sciascia, Sicilia e sicilitudine, in La corda pazza, Milano, Adelphi, 1991, p. 12.

4 G. Bufalino, L’isola plurale, in La luce e il lutto, in Opere 1981-1988, Milano, “Classici Bompiani”, 1996, a cura di  M. Corti e F. Caputo, p. 1140.

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