La Cavalleria rusticana del siciliano Verga si fa anche Dramma

Cav. Rusticana (DRAMMA)

 

 

La novella “Cavalleria Rusticana” (pubblicata sul Fanfulla della domenica il 14 marzo 1880), riscosse un tale successo che Verga ne ricavò un dramma che fu rappresentato, con grande successo, a Torino il 14 gennaio 1884, con la grande Eleonora Duse nella parte di Santuzza.

Per lungo tempo la fama di Verga fu legata a questo dramma ben più che ai “Malavoglia”, che non piacquero al pubblico per l’austero rigore dell’impostazione formale.

Dal dramma fu poi ricavata un’opera lirica, con musica di Pietro Mascagni, anche essa di grande successo.

L’intreccio del dramma è impostato sui motivi dell’amore, della gelosia e dell’onore. Turiddu, tornato dal servizio militare, scopre che Lola, la ragazza da lui amata, si è sposata con compare Alfio, un carrettiere.  Per farla ingelosire corteggia Santuzza. L’espediente gli riesce. Lola riallaccia il vecchio rapporto amoroso. Santuzza, allora, si vendica e rivela il tradimento di Lola ad Alfio. Da qui la sfida all’ultimo sangue e la conseguente morte di Turiddu.

Il dramma , diviso in nove scene è costituito da un atto unico, questa struttura impone all’autore di concentrare al massimo la vicenda: abolito l’antefatto, lo spettatore si trova subito “in media res”. La prima differenza che si incontra nel raffronto tra le due opere riguarda il numero dei personaggi,  che nella trasposizione è maggiore.

Nella novella i personaggi erano quattro: Turiddu, Alfio, Lola e Santa; nel dramma a questi si aggiungono (oltre alla madre di Turiddu) altri quattro paesani. Queste figure di contorno svolgono una funzione importantissima: ad esse è delegato il compito di creare lo sfondo sociale della vicenda. Questi paesani costituiscono quel “coro” del villaggio (simile a quello dei “Malavoglia”) che si incarica di fornire indicazioni, attraverso i dialoghi, sulla situazione in corso, di commentare i fatti esprimendo il punto di vista della comunità. Dietro questo “coro” si cela l’ideologia letteraria del Verga che tenta, anche nel dramma, di seguire i principi veristici di regressione e impersonalità (astenersi da ogni commento soggettivo). Sin dall’inizio del dramma vengono offerte le coordinate spazio-temporali: la vicenda si svolge in Sicilia infatti i personaggi vengono apostrofati con i tradizionali appellativi siciliani (“zia” Filomena, “gnà” Nunzia), anche l’uso dei nomi rimanda al mondo siciliano (Turiddu specialmente). La localizzazione geografica viene ulteriormente chiarita dai nomi di città (“Francofonte”). Il giorno nel quale si svolge la vicenda è quello pasquale, l’anno non è invece precisato, eppure la presenza dei carabinieri sin dalla prima scena ci suggerisce che l’Unità d’Italia era compiuta, dunque l’anno è coevo al momento in cui il dramma viene portato sulla scena.

Facendo un confronto tra il testo narrativo e quello teatrale, nella trasposizione notiamo alcuni cambiamenti che potremmo definire obbligati: il concentrare l’azione in una sola giornata (cambiamento condizionato dal fatto che il dramma si svolge in un atto unico); il rappresentare l’azione in un medesimo luogo; il recupero dell’antefatto attraverso i dialoghi e la retrospezione; l’accrescere il numero dei personaggi che serve, come dicevamo, per inquadrare meglio la collocazione sociale della vicenda.

Eppure ci sono altri cambiamenti che non erano obbligati e che mutano, complessivamente, il quadro generale del dramma. Alla fine, dopo la trasposizione teatrale, “Cavalleria rusticana” diviene un’opera dove prevale l’elemento sentimentale e risulta, rispetto all’opera narrativa, meno legata al disagio socioeconomico. 

A testimonianza di ciò, i personaggi del dramma assumono caratteristiche completamente diverse, ad eccezione di compare Alfio connotato negli stessi termini sia nella novella che nel dramma: uomo sicuro si sé, legato ad un codice d’onore atavico e deciso a vendicarsi.

Turiddu, invece, non è più il giovane povero della novella (la madre gestisce un’osteria) e dunque l’abbandono di Lola che preferisce Alfio non può più essere motivato da ragioni economiche, fatto questo che connota Lola in senso negativo (nella terza scena Lola appare superba e ipocrita quando dice: “Io ringrazio Iddio per avere la coscienza netta”).

Turiddu subisce la stessa condanna, ma se nella novella la morte di T. ha una funzione catartica, ora la connotazione del personaggio rimane ancorata ad una dimensione negativa. Il duello non viene più presentato, la morte è solo annunciata, come una condanna prevista e definitiva.

Il ruolo della vittima nel dramma è chiaramente ricoperto da Santuzza (la trasformazione del nome “Santa” che ora, in senso più affettuoso, diviene “Santuzza” non è casuale) .

La Santa della novella era figlia di un possidente (“ricco come un maiale”), Santuzza ha una posizione sociale molto più umile (fila la lana). Soprattutto quel che pone Santuzza nel ruolo della vittima è il suo essere stata sedotta e abbandonata da Turiddu, Santuzza, ormai incinta, non viene sposata da Turiddu in un matrimonio riparatore. Da questo scaturisce l’emarginazione (zio Brasi dopo averla apostrofata commenta: “come se non si sapesse”). Tutto, dunque, concorre a fare di Santuzza l’oggetto della simpatia del lettore-spettatore.

Come si evince il tema sentimentale-passionale che nella novella era marginale, diviene nel dramma il fulcro della vicenda. Il motivo di questo cambiamento si può rintracciare nell’idea che lo stesso Verga aveva del dramma. In un’intervista a Ugo Ojetti (1894) dichiarava a proposito del teatro: “Lo stimo una forma d’arte inferiore e primitiva”. Il pubblico di un teatro non ha il tempo di meditare sui risvolti sociali ed in più l’ideologia dell’autore è mediata dagli attori.

Diciamo, comunque, che anche nel dramma “Cavalleria rusticana” il Verga tende alla descrizione del vero, lo testimoniano il suo intervento nella scelta dei costumi, la cura nella sistemazione della scenografia, le didascalie (fittissime, specie all’inizio), che hanno lo scopo di guidare la regia e , come dicevamo prima, il ruolo dei personaggi di sfondo (le figure dei paesani).

Nonostante questa tensione verso il vero, l’impresa non riesce (non come l’autore avrebbe voluto). Infatti riproporre la lingua della novella era impensabile, sarebbe stata incomprensibile. Il Verga la rimodellò pensando al pubblico teatrale che non avrebbe inteso una lingua impastata con termini troppo dialettali.

Ed è qui che si  colgono le stonature maggiori, il dialetto siciliano (che tanto aveva vivacizzato la novella),  qui viene “italianizzato” e compaiono termini impensabili in quell’ambiente popolare della “Cavalleria rusticana” (“vetturale”, “core”).

Dunque, l’autore, per andare incontro alle esigenze del pubblico (che premiò con grande calore il dramma),  elimina il motivo socioeconomico e riduce il dramma al tema sentimentale-passionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Share Button

Lascia un commento