Se ne va a novantatre anni il regista che mise i fumetti dentro il televisore
Guido De Maria è morto lunedì mattina a novantatré anni. Le voci del suo mestiere erano molte e nessuna prevaleva davvero sulle altre: disegnatore, pubblicitario, regista, sceneggiatore, umorista. La definizione che gli è rimasta addosso, però, è più semplice e più larga di tutte quelle messe insieme, ed è quella di uomo che portò i fumetti dentro il televisore italiano in un momento in cui il televisore, in Italia, era ancora uno solo per casa e per famiglia.
Il programma si chiamava dapprima Gulp, fumetti in tv e poi, nella formula con cui è entrato nella memoria di due generazioni, SuperGulp!. L’idea che lo sosteneva era tecnicamente elementare e culturalmente audace: prendere le tavole a stampa e animarle appena, con inquadrature, movimenti minimi e montaggio, invece di trasformarle in cartoni animati veri e propri. Non era un ripiego dovuto a bilanci scarsi, o non solo. Era una scelta di rispetto verso il linguaggio originale, che nella vignetta e nel balloon ha la sua grammatica e che l’animazione integrale avrebbe cancellato.
Da quell’esperimento nacque anche Nick Carter, il detective goffo e imperturbabile che De Maria contribuì a creare e che divenne, nel giro di poche stagioni, un personaggio autonomo rispetto al contenitore che lo ospitava. È il destino delle invenzioni riuscite: sopravvivono al programma, alla rete e al palinsesto, e finiscono per essere ricordate da persone che non saprebbero dire in quale trasmissione le avevano incontrate la prima volta.
Prima e accanto alla televisione dei ragazzi c’era stata la pubblicità, che negli anni sessanta e settanta in Italia fu una scuola di regia e di scrittura come poche altre. Era un mestiere che imponeva vincoli feroci di durata e di chiarezza, e che per questo formò professionisti abituati a costruire un personaggio in trenta secondi. De Maria apparteneva a quella generazione di autori per cui non esisteva una gerarchia fra cultura alta e cultura di consumo, ma soltanto la differenza fra lavoro fatto bene e lavoro fatto male.
Era nato a Lama Mocogno, sull’Appennino modenese, e aveva costruito la propria carriera a Bologna, città che in quegli anni fu uno dei laboratori più fertili del fumetto, della musica e della grafica italiana. In quel giro di amicizie c’era anche Francesco Guccini, scomparso poche settimane fa: due biografie cresciute nello stesso ambiente emiliano e finite, per coincidenza, a chiudersi nello stesso scorcio d’estate.
Resta da dire che cosa se ne va davvero con lui. Non un genere, che gode di ottima salute e si è moltiplicato in piattaforme che De Maria non poteva immaginare, ma un modo di intendere la televisione per ragazzi: l’idea che si potesse trattarli da lettori, offrendo loro un linguaggio da decifrare invece di un prodotto già masticato. Chi ha visto SuperGulp! da bambino ha imparato lì, senza che nessuno glielo spiegasse, che una storia può essere raccontata anche per immagini ferme. È una lezione che non compare in nessun curriculum, ed è probabilmente la più duratura che abbia lasciato.

