Storia della Sicilia: Gli Aragonesi

Con la pace di Caltabellotta (1302) la Sicilia continuò a rimanere indipendente sotto Re Federico III che assunse il titolo di Re di Trinacria. Alla sua morte l’isola sarebbe dovuta tornare agli Angioini; invece Federico fece riconoscere per successore il figlio Pietro II. Di qui una serie di scontri fra i due regni, con incursioni reciproche e sbarchi sulle coste. A Pietro II successe il figlio Ludovico il fanciullo (1342-1355); sotto il suo successore Federico IV, nel 1372, fu stipulata la pace che concluse definitivamente le guerre del Vespro. Dopo 90 anni alternati da lotte e tregue, la Sicilia veniva ufficialmente riconosciuta come un regno separato e indipendente, col nome di Regno di Trinacria (tuttavia sull’isola si continuò sempre ad usare il nome di Regno di Sicilia), in cambio di un indennizzo di 15 000 fiorini annui che dovevano essere pagati a Giovanna I ed ai suoi successori.

 

L’isola continuerà a rimanere pienamente indipendente e con una propria dinastia regale fino al 1416. Morto Federico IV nel 1377, la successione della figlia Maria non venne riconosciuta da Pietro IV d’Aragona del ramo principale, che cedette i suoi diritti sulla Sicilia al secondogenito Martino il Vecchio, il quale li trasmise al figlio Martino I. L’isola si divise in fazione aragonese e siciliana, quest’ultima dominata dai potentissimi baroni Chiaramonte. La regina Maria fu fatta prigioniera dalla fazione aragonese, condotta in Catalogna e maritata a Martino I, e questi venne coronato a Palermo come Re di Sicilia nel 1392. Pure la guerra civile continuò sin verso la fine del secolo. Morti Maria (1402) e Martino I (1409), Martino II re d’Aragona si dichiarò erede del Regno di Trinacria; ma, morto anche lui quasi subito dopo (1410) ed estintasi la casa d’Aragona, seguì un periodo d’interregno e confusione, finché i siciliani, al pari degli Aragonesi, riconobbero il figliolo della sorella di Martino il Vecchio, Ferdinando I d’Aragona, venendo così a riunire in unione personale le corone dei due regni di Aragona e di Sicilia con l’isola che seppur mantenendo sempre l’indipendenza nella politica interna e in quella fiscale, la vide progressivamente erodere nell’ambito della politica estera.

 

In Sicilia i primi re aragonesi, Ferdinando I e Alfonso il Magnanimo, mantennero l’indipendenza della Sicilia nell’ambito delle istituzioni costituzionali e nella politica interna, monetaria e fiscale, rispettando le «Constitutiones regales» di Federico III che facevano del Regno siciliano una monarchia costituzionale dotata di un Parlamento con poteri deliberativi vincolanti per la Corona; emanarono molte costituzioni per difendere i diritti popolari dagli abusi feudali e fiscali. Come appena accennato, vennero mantenute intatte le prerogative del Parlamento siciliano, che continuò ad essere un’assemblea composta di nobili, clero e deputati delle città regie (cioè non feudali), cui fu riservato il diritto di deliberare pace e guerra, di votare le imposte, di censurare i pubblici ufficiali. I re per tener a freno la nobiltà favorirono anche le libertà municipali; ma, nonostante tutto questo, i feudatari acquistarono un potere preponderante a danno dell’autorità regia e dei comuni. Tutto ciò portò l’isola a una lenta decadenza. Da questi eventi e dalle loro ripercussioni in Sicilia si favorì la ripopolazione e la costruzione di nuovi centri abitati, anche da colonie non siciliane.

 

Alfonso d’Aragona re di Sicilia, figlio di Ferdinando I d’Aragona, acquistò anche Napoli nel 1442. Ma alla sua morte (1458) la riunione ebbe termine, perché la Sicilia passò con l’Aragona al fratello Giovanni II d’Aragona, mentre Napoli fu lasciata da Alfonso, come acquisto personale, al figlio naturale legittimato, Ferdinando I.

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