Un bambino su quattro vive sotto la soglia di povertà in Italia: il quadro Unicef e il nodo dei servizi che manca al Mezzogiorno
In Italia un bambino ogni quattro vive sotto la soglia della povertà relativa. La cifra, ribadita anche nell’ultimo rapporto Unicef diffuso in queste ore, sintetizza una geografia familiare in cui più di un milione di minori si trova in condizione di povertà assoluta e oltre due milioni in povertà relativa, in linea con le rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica. Una fotografia che, da un quinquennio a questa parte, segna un consolidamento del dato anziché una sua attesa contrazione.
La povertà minorile, nelle sue diverse declinazioni, non si traduce soltanto in indici monetari. La rete dei servizi territoriali, le possibilità educative extra-scolastiche, l’accesso a mensa e tempo pieno, la disponibilità di asili nido pubblici sotto i tre anni sono altrettante variabili che determinano, ben prima dell’ingresso a scuola, la traiettoria di un minore. Su questo fronte i divari territoriali restano una linea di faglia che attraversa la Repubblica: le regioni del Mezzogiorno scontano una copertura di servizi all’infanzia significativamente inferiore alla media europea, mentre alcune aree del Centro-Nord si avvicinano agli obiettivi fissati a livello comunitario.
Il rapporto Unicef richiama in particolare due nodi strutturali. Il primo è la cosiddetta povertà minorile multidimensionale: un bambino può appartenere a una famiglia tecnicamente sopra la soglia monetaria della povertà assoluta, ma vivere comunque in un contesto di privazione abitativa, alimentare o educativa che ne pregiudica lo sviluppo. Il secondo è la natura intergenerazionale del fenomeno: i figli di adulti che hanno vissuto la povertà in età infantile presentano una probabilità significativamente maggiore di ricaderne, segnale di un meccanismo di trasmissione che le sole misure assistenziali, da sole, faticano a interrompere.
Sul piano delle politiche, il quadro normativo italiano si articola da anni intorno ad alcuni capitoli principali: l’Assegno unico e universale, introdotto come misura strutturale; le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza dedicate ai nidi e alla scuola dell’infanzia; i programmi del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione; le misure regionali a sostegno dei centri estivi e del diritto allo studio. L’Unicef Italia, nel rapporto, evidenzia tuttavia come la frammentazione amministrativa di questi strumenti rischi di disperdere efficacia, soprattutto nelle aree dove sarebbero più necessari.
Resta sullo sfondo la dimensione demografica. L’Italia è il Paese europeo con il più basso tasso di natalità e, contemporaneamente, con la più alta incidenza di povertà sui minori in età prescolare. Una combinazione che, secondo demografi e sociologi, comporta una doppia urgenza: ridurre l’incertezza economica delle famiglie che hanno figli e investire sulla qualità dei servizi pubblici dedicati alla prima infanzia. Senza interventi su entrambe le leve, hanno notato più volte gli analisti, le politiche di sostegno alla natalità rischiano di non incidere sul fenomeno e di lasciare invariata la traiettoria delle nuove generazioni.
Da Roma, infine, i rappresentanti dell’Unicef hanno rinnovato la richiesta di un piano nazionale strutturato per l’infanzia, con obiettivi misurabili al 2030, capace di integrare i diversi capitoli di spesa e di ridurre i differenziali territoriali. Sul punto, la prospettiva degli amministratori locali del Mezzogiorno, sempre più spesso, è quella di una doppia partita: lavorare contemporaneamente alla riduzione delle privazioni economiche e all’allargamento di una rete di servizi che, da Trapani ad Avellino, da Cosenza a Lampedusa, rappresenta oggi una delle più significative diseguaglianze del Paese.

