IL caso “chinatown” e il dialogo tra culture

Tra tutte le notizie di questi giorni quella che più mi ha colpita è stato il clamore suscitato dal caso della protesta violenta degli immigrati cinesi a Sesto fiorentino, che richiama alla memoria un caso simile avvenuto il 25 novembre 2002 a Milano, ad opera del Comitato di  Via Sarpi ( una zona definita per l’alta concentrazione di immigrati asiatici la chinatown milanese).

Eppure non dovrei stupirmi più di tanto sentendo queste notizie, poiché tensioni di questo tipo sono congenite alla fase sociale che il mondo postmoderno si trova ad attraversare:  il mondo globalizzato senza più confini e radici.

La nostra società, inutile ripeterlo, sta vivendo un momento di caos e crisi che è portato inevitabilmente da un ambiente sempre meno omogeneo e sempre più multiculturale. Questo ha portato a una modifica sostanziale della nostra percezione e della nostra mentalità che, invece di creare forme nuove, si avvia verso una chiusura netta verso l’esterno avvertito come minaccia. Eppure, anticamente, il caos lungi dall’essere fonte di morte era considerata da sempre l’origine della vita e perciò la base su cui  esercitare il potenziale creativo dell’uomo e della divinità.

Perché tanta paura del cambiamento? Per rispondere a questa domanda cruciale secondo me occorre e si impone l’obbligo la riflessione accurata e obiettiva dei temi connessi con l’incontro/scontro tra culture: i temi relativi al dialogo, alla tolleranza e al rispetto per l’altro.

Ogni essere umano assorbe gli stimoli esterni e le percezioni di questi stimoli, elaborandoli in un’immagine della realtà e del mondo. Si tratta di una vera e propria costruzione del reale in cui si convogliano sensazioni, opinioni, credenze, nozioni e mitologie personali nonché collettive. Le opinioni che noi esprimiamo sui fatti sono frutto di questo processo complesso tuttavia parziale, poiché si tratta, comunque, di un elaborato strettamente personale e soggettivo in cui riversare tutto ciò che esiste e si muove dentro la nostra mente. Per questo è parziale perché deriva da una nostra selezione e elaborazione di messaggi esterni. Non è realtà ma una nostra interpretazione della realtà, non è Verità assoluta ma una nostra verità.

Se, dunque, istinto primario dell’uomo è vivere in un contesto sociale dove esiste lo scambio non solo di beni e servizi ma anche di opinioni e pensieri, bisogni ed emozioni, ne consegue che, la comunicazione, (intesa come scambio di informazione) è un processo che concerne il mondo mentale. Ed il mondo mentale è un mondo caratteristico e unico di ogni essere umano e riguarda sia l’io di tutti i giorni, l’io conscio, sia quella parte segreta e nascosta, l’inconscio o per dirla come Clarissa Pinkola Estes “Il rio abajo Rio”.

Se nella comunicazione si ha l’intento di demolire o demonizzare le opinioni altrui questo gesto non ha soltanto valenza comunicativa, ma può diventare un atto rivolto alla persona. Si condanna cioè, non tanto un insieme di parole, frasi e sintassi, ma un intero mondo interiore e simbolico sulla base di una pretesa egemonica di un altro mondo personale assunto a Verità intoccabile.

La comunicazione aggressiva, violenta, basata sul controllo e la manipolazione intende, infatti, annichilire l’avversario. Se la comunicazione sana avviene in un contesto di crescita tramite lo scambio di un flusso di informazione sull’altro, con il dialogo patologico e distorto, invece, si ha uno scontro. Ascoltare l’altro non è un atto di tolleranza, tollerare può essere frutto di una sorta di condiscendenza paternalistica che nasconde un’affermazione di superiorità. Si tratta di curiosità, osservare il mondo interiore di ciascuno per confrontare, differenziare ed imparare. Nel momento in cui io manifesto curiosità, passo da una staticità dell’essere a una fluidità del divenire ed è in quest’ultima che si cela il segreto e il mistero della creazione. Si ottengono,così, nuove forme, nuovi codici, nuovi stati di coscienza di se e dell’altro. Dal momento in cui si accoglie l’altro come interlocutore e non come antagonista, ci si pone in una posizione privilegiata di apertura e crescita. L’antagonismo, infatti, con la sua chiusura all’esterno e ai suoi influssi,  porta al ristagno intellettivo e culturale.

Secondo la definizione di Gregory Bateson, la comunicazione è una differenza che genera una differenza. Come a dire che è solo portando nella nostra mappa concettuale la notizia di una differenziazione sostanziale di generi e di stati si può ottenere informazione e comunicazione. Considerata in quest’ottica la differenza è un valore aggiunto nel dialogo. Ed è questo valore aggiunto che va rispettato più che tollerato, che va analizzato, criticato partendo da un atteggiamento di crescita, di apertura e di creatività. Questo perché la radice stessa della vita sociale e personale dell’essere umano sta nella capacità e nella potenzialità di dare vita a nuove forme culturali e di convivenza che abbiano in se la capacità e la flessibilità di adattarsi ai cambiamenti, alle ingerenze e alle rotture. Che soprattutto dia valore all’altro non come oggetto ma come soggetto.

Micheli Alessandra

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micheli alessandra

Scrivo articoli e saggi di vari argomenti:'esoterismo, politica, cultura, educazione, storia, etnologia, simbolismo, religione e immigrazione. Molti articoli sono stati pubblicati su varie riviste on line ( didaweb. it, lex aurea, ACAM, Eco. Ricerca e innovazione letteraria) Ultimamente il mio amore per la letteratura mi ha portato a occuparmi di recensioni libri. non disdegno nessun genere anche se ho una passione per vil thriller e collaboro da Gennaio con il blog di https://romancebookloverblog.wordpress.com passate a trovarci!

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