Giustizia è fatta!

Carmine De Rose, giudice per le indagini preliminari, ci ha voluto stupire diventando anche scrittore. Infatti Destinati ai supplementari è il suo libro d’esordiosi sviluppa in sei racconti e in essi dà vita ai personaggi secondari di cui noi- in tutti i romanzi –  li abbiamo incontrati, ce ne siamo innamorati, ma mai abbiamo saputo che fine abbiano fatto.Figure di secondo piano che dovevano servire da spalla al protagonista del libro, fornirgli gli spunti ed appoggiarlo nello svolgimento della trama. Questi personaggi appartengono al mondo delle sottotrame, un mondo che si oscura e divora tutto. Lo scrittore stufo nel vedere queste ingiustizie li porta a vivere il loro momento di gloria, divenire finalmente protagonisti. Una trama inusuale e curiosa, ma sarà proprio per questi motivi che ci porterà alla lettura tutto d’un fiato fino all’ultima pagina. Scopriamo un po’del mondo che ha reso possibile la nascita di questo libro, naturalmente lo facciamo ponendo alcune domande proprio all’autore:

Il suo libro si sviluppa su sei storie diverse, sia per argomento che per genere,  personaggi di cui  nessuno aveva saputo più nulla, come ha operato le sue scelte? Sicuramente nella preparazione dovevano essere molte di più, quale criterio ha adottato nell’organizzazione della sua opera? Le mie scelte hanno avuto una matrice emozionale e professionale al tempo stesso. Sono un magistrato e, prima ancora che scrivere sentenze ed ordinanze quanto più precise ed incisive possibili sotto il profilo tecnico-giuridico, sono chiamato dal mio dovere istituzionale e dalla mia coscienza a dare giustizia, a cercare di correggere, per quanto possibile coi mezzi a disposizione e coi limiti delle nostre umane capacità, dei torti e degli illeciti che vengono sottoposti al mio vaglio. Questi personaggi da me ripresi mi è sempre sembrato avessero subito delle vere ingiustizie, fossero stati vittime di destini immeritati e/o del dimenticatoio narrativo in cui le vicende precedentemente narrate su di loro li avevano ficcati; leggendo quei libri, vedendo quei film e telefilm negli anni passati ho sempre provato una sorta di voglia di cambiare il finale loro riservato, ho sempre provato rabbia e pathos per i loro immeritati destini, ma la voglia di dar loro un “tempo supplementare” di vita è nata anche da altro. Alcuni di essi mi sono apparsi come dei feticci, come delle metafore di sentimenti, pulsioni, bisogni, aspettative e tensioni di vita comuni a gran parte dell’umanità, rappresentanti quanti di noi nelle medesime situazioni si sono sentiti vittime di ingiusti destini: il benefattore contro cui il beneficato si rivolta ottusamente; il soldato costretto a perdere una battaglia nonostante il suo eroismo; l’inventore che vede i suoi progetti usati da altri a fini diversi da quelli che lo hanno spinto a plasmarli; l’innamorato che lascia tutto per una donna che non lo apprezza per quello che realmente è; l’uomo di umili natali che vive ed opera onestamente, contentandosi di quel che ha, ma che sa di essere migliore, più degno dei “figli di papà” che gli stanno davanti, a ricoprire certi ruoli e ad avere certi incarichi, etc. E’ questo il senso ultimo dei racconti, pareggiare i conti con la vita precedente, anche grazie all’aiuto di una Volontà Superiore che tutti noi invochiamo quale Giudice infallibile e buono, vincendo la partita col destino ai tempi supplementari e guadagnandosi quello che ingiustamente ci era stato, in altre occasioni, negato. Quanto ai criteri di organizzazione dell’opera, invero qui la dimensione emozionale e cronologica è stata determinante: dal primo racconto, scritto durante i Mondiali di rugby del 2007 (proprio con la voglia di dare risultati e sviluppi diversi alla competizione), all’ultimo racconto, terminato nei primi mesi di lavoro al Tribunale di Paola dopo essermi lì trasferito da Lamezia Terme, oltre al rispetto dell’ordine temporale di scrittura, vi è anche l’evoluzione dell’ispirazione e delle idee, mentre riaffioravano ricordi di adolescenza e di anni precedenti, legati con alcuni dei personaggi così “ridipinti” che si ripresentavano nell’animo. Così, mesi dopo mesi, ho stilato questi racconti; in verità ne ho scritti pure alcuni altri, ma ho ritenuto opportuno non proporli poiché vorrei integrarli o riadattarli in qualcos’altro che ho ancora in sospeso…

Recuperare storie interrotte di personaggi secondari a mio avviso è stata un’idea folgorante, avendo la possibilità con quale scrittore vorrebbe parlare per sapere come avrebbe fatto concludere la sottotrama e che fine avrebbe fatto fare al suo eroe secondario indifeso? In verità con nessuno. Le spiego: questi personaggi li sento miei in senso pieno, sono le conchiglie che altri hanno fatto arenare sulla spiaggia e lasciato lì e che io mi sono fermato a raccogliere, a ripulire dalle incrostazioni, che io mi sono portato all’orecchio per ascoltarne il suono nascosto. Gliel’ho già detto, mi è sembrato avessero subito delle ingiustizie narrative, ma non solo; mi è sembrato che avessero tanto da dire di nascosto da tutti, che potessero farsi portatori di desideri, di speranze, di sogni e di obiettivi di vita che ciascuno di noi porta nel profondo della sua anima, che potessero incarnare pulsioni, passioni, sentimenti universali e diffusi, mentre nelle narrazioni di provenienza erano stati inquadrati di sbieco, a stento, in posizione defilata o quasi, senza alcuna approfondita analisi introspettiva ed esistenziale inerente ciò che potevano dire, fare, rappresentare. Non penso, in tutta sincerità, che altri avrebbero potuto trasporli in guisa diversa da come li ho trasposti io; nelle precedenti narrazioni non servivano più, avevano esaurito il loro limitato scopo, io ho invece intravisto in loro un potenziale che altri non avevano minimamente considerato ed ho fatto sì che potessero svilupparlo ed in tal modo, spero, trasmettere emozioni insolite ai lettori.  

Ritengo che il suo libro, sopra ogni cosa dona la possibilità di sognare e andare oltre il nero dell’inchiostro, dare sfogo alla nostra fantasia, ci ha concesso un’opportunità bella e desueta. Ma per poter godere di tutto ciò ha impiegato diversi anni, come si sono svolti intorno alla sua creatura? Gli anni sono trascorsi nella durissima realtà lavorativa di un Tribunale calabrese “di frontiera”, realtà che lascia veramente pochissimo spazio e forze intellettuali ed emotive per scrivere con fluidità e rapidità, anche in piena ispirazione; nonché, come detto, con il riaffiorare di ricordi e sensazioni legate a visioni dei personaggi che poi ho trasposto nel libro, man mano che tornavano in mente e man mano che inquadravo le storie e gli schemi narrativi in cui volevo inserirli. Sono stati anni difficili, “belli e terribili”, come amo definirli, anche da un punto di vista esistenziale ed è fin troppo ovvio evidenziare come anche le mie traversie di vita abbiano influenzato tematiche e visioni del narrato, ma ci tengo a precisare che quanto scritto, nonostante le concrete apparenze, va al di là di mere contaminazioni ed ispirazioni autobiografiche. Nulla si scrive per caso, l’ispirazione non viene da sovrastrutture esterne, ma dai moti della nostra anima, in un puzzle dove si mischiano ricordi, parole, sensazioni, sentimenti, visi e voci che fanno parte del nostro retroterra esistenziale e del nostro bagaglio spirituale. Io ho assemblato, attorno ai personaggi da me sviluppati, non solo mie proprie caratteristiche, ma anche “pensieri e parole” (per fare un’ennesima citazione di Battisti/Mogol, come nell’introduzione del libro) di amici e di persone conosciute nelle mie molteplici esperienze relazionali, ho aggiunto il frutto di situazioni vissute anche per interposta persona e ricordo altrui; ho cercato, le ripeto, di dare un senso quanto più possibile generale e illustrativo a vicende che volevo fossero emblema di riscatti esistenziali e accendessero piccole luci di speranza e fede in destini diversi da quelli che, in un primo momento, si è costretti a vivere, spesso a subire immeritatamente.

Lei svolge un lavoro delicato e tanto impegnativo, come è riuscito nel faticoso compito di conciliare lavoro e passione? E’ stato davvero difficile e probante, come so per certo lo è per tutti i non pochi colleghi scrittori affermati (primo fra tutti l’amico Giuseppe Battarino, che mi ha onorato scrivendo l’introduzione di questo mio primo libro), conciliare pressanti impegni di lavoro e sfogo letterario. Però credo sia proprio l’irrefrenabile bisogno di scrivere qualcosa di diverso da asettiche motivazioni e da articolate, strutturate costruzioni giuridiche una delle maggiori molle che spinge un magistrato a scrivere di storie distanti da quelle che quotidianamente è chiamato a dipanare ed illustrare in sentenze ed ordinanze; è anche un modo per liberarsi dalle ansie e dalle tensioni derivanti da un lavoro stressante (ed oltremodo socialmente sopravvalutato e molto sottopagato, nonostante quello che falsamente si rappresenta negli infondati luoghi comuni, glielo assicuro!), una valvola di sfogo per esternare e decantare angosce e nervosismi accumulati nelle trincee giudiziarie non facilmente scaricabili in altro modo (palestre e calcetto serali aiutano in qualche modo, ma le assicuro non sono sufficienti). A questo deve poi aggiungere che, sotto il profilo relazionale, la vita di un magistrato è fortemente condizionata e condizionante; ci sono limitazioni a convivi, frequentazioni ed impiego del (pochissimo) tempo libero che pochi altri mestieri hanno, vi sono rarissime occasioni di conoscere persone al di fuori della stretta cerchia tribunalizia, visto che la vita in toga è pressoché totalizzante. Si frequentano solo colleghi, avvocati, cancellieri, per cui anche le relazioni sociali sono caratterizzate da tali limitazioni ambientali; è oltremodo raro che un magistrato stia affettivamente con un partner che non sia avvocato, collega, dipendente del Ministero della Giustizia e/o facente parte delle FF.OO.; inoltre le crisi di coppia sono all’ordine del giorno, è molto difficile mantenere una relazione stabile nel nostro mestiere, vi è una altissima percentuale di separati, divorziati, “sfidanzati”, anche dopo rapporti lunghi ed iniziati prima di indossare la benedetta/maledetta toga. Scrivere un libro credo sia anche cercare di comunicare, di trasmettere qualcosa verso ambienti e persone che non ti conoscono solo come “il giudice De Rose” e che non si aspettano tu nell’animo abbia qualcosa di ben diverso da schematismi processuali, senso del dovere e dello Stato, conoscenze giuridiche, distacco ed imparzialità istituzionale; è un mezzo per parlare a tutti, di cose che non devono per forza risolversi secondo quanto prescrive il Legislatore o interpreta l’ultimissima Cassazione, o afferma lo stretto convincimento processuale del magistrato, ma la cui sostanza è l’emozione della vita ed il cui significato cerca di farsi ascoltare dai sentimenti del lettore. Devo dirle infatti che una delle emozioni più belle, delle soddisfazioni più grandi che sto ricevendo in questi giorni, è data dai tanti messaggi inviatimi da amici e conoscenti che si sono appassionati alle vicende dei miei racconti e che mi esternano la loro specifica interpretazione ed emozione nel leggerli…è bellissimo aver suscitato questo “soulstorming”, questi moti del loro animo, con i voli della mia fantasia.

Dal titolo si evince che Lei è un grande appassionato di calcio, ma devo ammettere che mai titolo poteva essere più appropriato ed immediato, è stata la sua prima scelta oppure il libro ne possedeva un altro (così da passare alla storia come ha fatto Manzoni)? Come avrà notato, la mia passione calcistica (o meglio le mie passioni calcistiche, visto che nel cuore ho sia l’Inter che il Cosenza, oltre ad avere come icona da immaginario d’infanzia la mitica Olanda degli anni ’70 di Crujiff e del calcio totale), tange ben poco il libro, limitandosi ad essere citata solo nell’ultimo racconto, quello di chiara matrice autobiografica (a proposito, una ulteriore idea potrebbe essere quella di riscrivere la finale dei Mondiali del 1974, facendo vincere questa volta i mitici olandesi…). Ed è proprio il titolo dell’ultimo racconto, “Res Derelictae”, ad essere stato originariamente concepito come titolo del libro, ma tutto è cambiato dopo un costruttivo colloquio con il mio Editor, il dott. Gianfranco Natale della Kimerik, che ringrazio di tutto cuore per aver creduto in me e nella mia opera; secondo lui il titolo era un po’ troppo tecnico ed elitario, avendo una sfumatura di significato comprensibile solo dai legulei, legata alla tematica giuridica latina delle cose abbandonate dai precedenti possessori acquisibili in proprietà da chi le ritrovava abbandonate (le res derelictae, appunto), per cui, raccontandomi l’ormai famoso aneddoto del romanzo di Giordano “La solitudine dei numeri primi”, il cui splendido titolo era stato scelto dall’editor al posto di quello perorato dall’autore, mi invitava a modificare il titolo del libro, a renderlo più accattivante e fruibile anche a persone che non avessero specifica conoscenza del latino giuridico. Ed anche qui, per la serie “esistono più cose in cielo ed in terra di quante non ne comprenda la nostra filosofia”, è accaduto qualcosa di particolare e legato a dimensioni di altre vite: dopo circa quindici giorni passati a spremersi le meningi, pensando a dozzine di vari titoli, tutti dimostratisi poco convincenti ed entusiasmanti, la mattina del 4 febbraio 2014, appena uscito dal sonno ed acceso il cervello, il titolo “Destinati ai supplementari” mi è balzato in mente e, come ha detto lei, credo sia il più azzeccato per condensare il senso strutturale dei sei racconti. All’alba del 4 febbraio di ventisette anni fa venne a mancare mio padre, non credo serva aggiungere altro.

Brilla già una lucina nella sua testa per l’inizio di un nuovo romanzo, o forse, è troppo prematuro parlarne? Grazie mille per la sua disponibilità! Più che una lucina, in effetti esistono già circa una ventina di piccole candele, approntate però messe in stand-by da qualche tempo, non per uno ma per due romanzi, a carattere storico-romantico (il primo ambientato nella seconda metà dell’Ottocento, col protagonista che, volta a volta, si aggregherà ai Mille di Garibaldi, combatterà nel deserto africano con la Legione Straniera ed andrà a vivere altre avventure coi nativi americani nel Far West; il secondo ambientato nella Calabria della conquista normanna dell’XI secolo, col protagonista fratello di sangue di Roberto il Guiscardo); credo però che prima di accenderle ci vorranno ancora degli anni, visto che il tempo per scrivere, facendo il Gip presso il Tribunale di Paola, latita più degli n’dranghetisti in fuga che processiamo, la mole di lavoro da affrontare è davvero sfiancante e non consente quasi nessuna pausa al cervello. Inoltre, si dice che prima di pensare ad un altro figlio, sia doveroso curare e svezzare quanto più possibile quello nato da poco, per cui prima vediamo come va la diffusione di questo particolare primo libro, poi penseremo a strutturare per bene il secondo. I racconti, negli anni di cui sopra, sono per lo più stati scritti nelle notti insonni (dopo faticosi giorni in Tribunale a Lamezia Terme), sulla terrazza della casa dove abitavo, meravigliosamente affacciata sul Golfo di Pizzo, splendida fonte di ispirazione in un momento di grandi tensioni emotive nella mia vita; devo recuperare un po’ di quegli stimoli e, soprattutto, pensare a trasferirmi in un Tribunale lontano dalle trincee giudiziarie calabresi, che sono veramente, mi creda, fronti di battaglia continua contro il malaffare e la criminalità, dove c’è davvero poco tempo per scrivere altro che non ordinanze cautelari, sentenze e decreti di sequestro. In ogni caso spero, se le farà piacere, che fra uno-due anni lei possa recensirlo ancora lei con la positività ed il garbo accordatami in questa occasione; sono io che la ringrazio!  

Anna Pizzini

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