Penelope alla vita: “A letto con la morte”

Ulisse è morto.

Scusate se lo scrivo così, senza nessun tatto; ma girare intorno alle brutte notizie, è una delle poche cose che proprio non riesco a fare.

Ulisse è morto – dicevo. Le voci della notizia mi hanno rincorso lungo il tragitto compiuto per allontanarmi da lui e, come il “lazo” di un cowboy, si sono fatte cappio intorno al mio collo per riportarmi ad Itaca in questo giorno d’inverno qualunque.

La pioggia picchietta sulla bolla d’indifferenza dentro la quale sono involontariamente scivolata, quando le parole «Ulisse è morto» hanno varcato la soglia delle mie orecchie.

Sembrano milioni di nocche che bussano alle altrettante porte della mia sensibilità, forse convinte di vedere i miei occhi affacciarsi sul pianerottolo della realtà gonfi di lacrime. Non succederà, a volte capita che certe persone muoiano prima nella mente che fisicamente e, quando succede, la disperazione perde l’indirizzo di casa di coloro che li hanno cerebralmente sotterrati.

Sì, perché Ulisse desiderava essere sotterrato: solo a quella condizione, infatti, secondo le leggende, poteva varcare le mura di ferro dell’Aldilà insieme da Hermes.

Tutt’intorno, persone mi guardano affrante. In me vedono la vedova disperata e piena di sensi di colpa per essersene andata e aver così perso la possibilità di vivere i miei ultimi giorni con lui.

Ma la gente vede quel che vuole vedere, io sono qui per festeggiare! La gente vede quel che vuole vedere e poi racconta quel che vuole resti impresso nella memoria popolare, cancellando tutto ciò che non “suona” giusto o dignitoso, secondo i dettami della legge morale con la quale sono cresciuti.

Il mondo è pieno di morti che erano “grandi persone”, “grandi eroi”, “grandi combattenti”, “grandi scrittori”… I morti hanno sempre ragione ma non tu, Ulisse.

Tu sei stato un marito egoista, rude, distratto, padrone. Hai pensato che le tue gesta bastassero per giustificare l’esistenza di tutti coloro che ti stavano intorno, senza preoccuparti se a loro andasse bene essere messi in secondo, terzo, quarto piano e via discorrendo.

Mi guardo intorno, vedo dolore e mi viene da ridere. Mi viene da ridere perché il “cupo mietitore” ti ha portato via in maniera grottesca: durante una corsa di carri da guerra la ruota di uno si è staccata colpendoti e uccidendoti sul colpo.

Una semplice ruota ha avuto successo là dove le peggiori creature del mondo e i più potenti Dei dell’Olimpo hanno fallito.

Mi viene da ridere e il mio sorriso cattura lo sguardo di un amico di Telemaco, Antinoo. Fa un passo indietro, quando mio figlio mi viene incontro in lacrime; e i suoi occhi s’illuminano, quando le mie braccia si aprono per accogliere il suo dolore. Antinoo è innamorato di Telemaco, lo sanno tutti; ma, in questo abbraccio stretto, il il giovane dai boccoli biondi e la pelle color pesca, invidia lui e non me.

Il suo sguardo mi preme sui fianchi, ora visibili perché in controluce. Volontariamente faccio leva sul corpo di mio figlio e ruoto, offrendogli la schiena. Voglio che ammiri anche i miei glutei, non più giovanissimi ma ancora tondi e sodi quanto basta per fargli desiderare di stringerli e allargarli per tuffarcisi nel mezzo con l’irruenza di un Kraken.

Entriamo in casa, io e Telemaco, il padre è steso sul letto fiero e consapevole – anche nella morte – della sua popolarità. C’è molta gente accalcata e mi manca l’aria, vorrei essere ovunque tranne che lì. Telemaco appoggia la testa sulla mia spalla e rivolge lo sguardo vuoto in direzione del corpo del padre. Io gli appoggio una mano sulla guancia e prendo ad accarezzarla.

Antinoo si fa sotto e lo abbraccia. Lo fa mettendosi esattamente dietro di me e facendo scivolare il suo braccio affusolato dalla mia schiena alla sua.

Sento la sua erezione, dura come un pugnale, puntata contro il mio osso sacro. Mi bagno, mi bagno subito e tanto; e mi viene da ridere, perché la mia irriverenza arriva a pensare di non essere affatto fuori luogo, poiché anche quelle, con un po’ di fantasia, possono essere considerate lacrime. Di gioia, ma pur sempre lacrime che fuggono da un corpo in preda ad emozioni che non possono essere controllate.

Ulisse è morto, ma molto tempo fa. È morto in maniera sciocca e, anche se racconteranno e scriveranno e ancora racconteranno che è successo dopo aver deciso di venire a cercarmi; anche se diranno che ha superato le porte di Ercole e poi il mare lo ha inghiottito, io saprò la verità. So che se n’è andato in maniera sciocca e che al funerale ho profanato il ricordo che le persone avevano di lui con il più umiliante degli adulteri. Perché certe persone muoiono ma in fondo sono già morte; mentre altre tornano, ma in fondo non tornano mai più le stesse.

Come me, Penelope che ha deciso di darsi alla vita, anche quando la morte le si piazza davanti e le chiede di giocare a chi si mette a ridere per prima.

Ho perso, ma ho vinto.

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Eugenie Genin

Nel 2015 pubblica con la casa editrice Milena Edizioni il suo primo libro "Il basilico raccolto all'alba. Romanzo Erotico.

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