Stradivarius – Quarantuno racconti, quaranta belli e uno no” di Giancarlo Piciarelli

Un sottotitolo fortemente eloquente ci segnala una raccolta di racconti, a detta dell’autore, belli, tutti, tranne uno. Piciarelli, con questa “provocazione”, fa emergere sin dalla copertina il suo humour tagliente, l’intelligenza sarcastica tipica solo di un autore che, come è il nostro caso, ha le spalle forti di tanta esperienza letteraria, tradotta in svariate pubblicazioni e le cui tracce possono essere intraviste anche in questo testo.

Apprezzabile la varietà dei temi e dei toni, dei personaggi, delle ambientazioni, dei generi (dal fantascientifico al giallo, dal thriller alla pura metafora) tutti da scoprire e tutti ben orchestrati da una penna abile, ferma, sicura, che sa ciò che fa e senza difficoltà si destreggia fra mondi differenti, saltando dall’uno all’altro.

Troppo spesso, forse, la raccolta viene considerata, per sua natura, come un’entità letteraria slegata al suo interno, composta da tanti nuclei narrativi che rappresentano, ognuno, un mondo a sé. Questa concezione influisce, inevitabilmente, sulla lettura: passare da un racconto all’altro, per il lettore, è come cambiare libro, entrare in un mondo nuovo, lasciarsi alle spalle il trascorso recente. In realtà, così non è e non deve essere: né per Piciarelli, né per tutte le raccolte di questo genere.

Come da sempre è accaduto, sin dalle esegesi eseguite su autori antichi, nella forma letteraria della raccolta si cerca sempre di rintracciare “l’unità” di un autore – il che, a volte, ha permesso di attribuire testi differenti ad una stessa pena, proprio grazie a questa “unità” che è come un marchio di fabbrica -, il suo segno distintivo – che lo renda X e non Y -, il senso complessivo che accomuni tutti i testi… in poche parole, il motivo per cui un autore decide di mettere insieme racconti diversi in una stessa raccolta piuttosto che pensare, semplicemente, a libri distinti e separati.

Questa ricerca non richiede sforzi nel caso di “Stradivarius”, in primis perché è inevitabile interrompere la lettura fra un racconto e l’altro, sembrano tutti legati indissolubilmente dalla curiosità del lettore che, di fronte a un finale inaspettato, non sa resistere alla tentazione di immergersi subito in una nuova storia. In secondo luogo, non bisogna dimenticare che il lettore che apre un libro, legge, lo richiude e, prima di riaprirlo, vive. Va avanti. Si evolve. Cambia umore. Non sarà, insomma, mai la stessa persona che ha letto le pagine precedenti. Il vissuto intercorso fra una lettura e l’altra influenzerà, nel lettore, l’approccio, la ricezione di ciò che legge.

Per questi motivi, consigliamo una lettura più unitaria possibile della raccolta, per quanto l’estensione, ovviamente, lo permetta. Durante una seconda e successiva lettura si può, invece, “frammentare” il tessuto narrativo in blocchi che, non per forza, devono coincidere con la separazione che l’autore impone – o suggerisce? Un racconto, due racconti, uno e mezzo, cinque e tre quarti, trenta, quaranta… Un libro con cui divertirsi, un vero e proprio gioco letterario che solo un esperto di lettere come Piciarelli può sapientemente costruire e donare al suo lettore.

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