Donne in politica: l’Italia è un paese maschilista?

Essere donna e scendere in politica non è un buon affare, non in Italia. Non partiamo da presupposti ideologici. Da colori, da bandierine o partiti.
Essere donna oggi in Italia e avere un ruolo nelle posizioni “Apicali” significa rischiare di finire nel tritacarne mediatico e maschilista che sta dietro i grandi mezzi di informazione.
La prima fu la Cécile Kyenge (ministra di colore e per di più donna). Dalle vignette con le banane, alle offese razziste a un fuoco incrociato che davvero avrebbe ridotto al lumicino qualsiasi persona.
Finì con la Kyenge? Assolutamente no! Che dire della ministra Lucia Azzolina?
In epoca di pandemia  avrebbe voluto ridurre la didattica distanza e fu accusata di leggerezza. Qualsiasi cosa avesse detto sarebbe stata, in un modo o nell’altro, tirata dentro dalle polemiche: ammettiamolo, ammettetelo. Sono tutti pregiudizi maschilisti.
L’Italia è un Paese che non ha ancora fatto i conti con il suo essere profondamente maschilista.
Vogliamo parlare di Virginia Raggi? Quello che è stato fatto contro questa signora è davvero inquietante: un tiro mirato e accuse continue da più fronti.
Se sei donna è più facile (essere accusati di qualcosa). La spazzatura a Roma era un problema preesistente e il nuovo sindaco non l’ha certamente risolto.
Potrebbe già bastare, ma ciò che vedo contro la ministra dell’interno Luciana Lamorgese segue la stessa procedura.
Un articolo, poi una clip, poi due articoli, poi accuse false, poi ipotesi (non suffragate), e ancora e ancora fino a rendere plausibile un attacco che ha un solo scopo, mettere in difficoltà una persona.
Attenzione, non viviamo nell’eden. Potrei anche capirlo, ma questo attacchi, quando il “nemico” da abbattere è una donna, sembrano morbosi e le accuse diventano incessanti.
C’è qualcosa di sbagliato in tutto questo ed è venuto il momento di capire da dove parte tutto questo  veleno contro le donne politicamente impegnate.

Gianfranco Natale
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